gennaio 25th, 2009
L’inizio non costituisce un problema unicamente per l’uomo pensante, il filosofo. Non è soltanto costui che ne rimane prigioniero e condizionato in tutti i suoi passi ulteriori. L’inizio costituisce anche per l’uomo che risponde, che si decide, una decisione originaria che rinchiude in sé tutte quelle che verranno dopo. Certo, la verità di Dio è sufficientemente grande per permettere infiniti modi di pervenire ed elevarsi ad essa; essa è anche sufficientemente libera per allargare le strettoie entro cui si era pensato doveroso costringersi nel cammino intrapreso e per rimettere così in piedi chi non aveva saputo calcolare il passo giusto. Ma colui che si trova di fronte alla verità nella sua interezza é [...] costui vorrebbe pronunciare una prima parola tale da non essere più costretto a rimangiarsela, a doverla ridimensionare di fronte alla forza delle circostanze, proprio perché era una parola sufficientemente chiara per risplendere con la sua luce attraverso tutte le altre.
La parola con la quale, in questo primo volume noi diamo inizio ad una sequela di studi teologici, è una parola con la quale l’uomo filosofico non inizierà mai, ma con la quale piuttosto porrà fine alle sue riflessioni; una parola inoltre che non ha mai posseduto nel concerto delle scienze esatte un posto e una voce durevoli e garantiti; una parola che quando è stata scelta come tema da parte di queste scienze sembra tradire, nel consesso degli indaffaratissimi specialisti, un dilettante stravagante ed ozioso; una parola infine dalla quale, nell’epoca moderna, mediante energiche delimitazioni di frontiere, hanno preso le loro distanze sia la religione che, in particolare, la teologia: in breve, una parola anacronistica per la filosofia, la scienza e la teologia, che non può quindi essere oggi in nessun modo sfoggiata e con la quale si rischia di non trovare ascolto da nessuna parte. [...]
La nostra parola iniziale si chiama BELLEZZA. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma la quale ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione, ma che, come maschera strappata al suo volto, mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibili agli uomini. Essa è la bellezza alla quale non osiamo più credere e di cui abbiamo fatto un’apparenza per potercene liberare a cuor leggero. Essa è la bellezza in fine che esige (come oggi è dimostrato) per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà, e la quale non si lascia ostracizzare e separare de queste due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa. Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare.
Hans Urs Von Balthasar
Gloria. Un’estetica teologica.
LA PERCEZIONE DELLA FORMA. Introduzione
Jaka Book Milano 1994
gennaio 12th, 2009
Nessuna voce, per quanto autorevole, può essere riproposta per il presente, ma conoscerle può evitarci di scoprire cose ovvie. Dopo l’89 l’arte più diffusa, con la scusa di seppellire Marx, è stata di oscurare Keynes e con lui ogni serio discorso sulla finalità sociale di ogni impresa umana.
EPILOGO.
Abbiamo percorso un lungo cammino nel nostro studio. La strada verso la comprensione della macroeconomia e della microeconomia è stata disseminata di numerosi problemi. [...] Le soluzioni facili di questi problemi radicati si sono dissolte alla luce dei dati statistici e del ragionamento analitico. [...] Le avversità odierne potrebbero persuaderci che i paesi ricchi soffriranno sempre di dolorosi livelli di disoccupazione, mentre i paesi poveri lotteranno per sempre sotto pesanti oneri di debiti esteri. [...] Anziché terminare con un pianto funesto, concludiamo con una famosa profezia formulata da John Maynard Keynes 1930. Gli anni 30 non erano dissimili dagli anni 80, con molti paesi in preda a una profonda recessione, con un protezionismo imperante, con le banche e tentennamenti sull’orlo della bancarotta.
Tuttavia Keynes fu capace di guardare oltre l’incombente Grande Depressione e di offrire una sorprendente visione del futuro economico della razza umana.
Supponiamo che tra cent’anni tutti noi ci troviamo …. in condizioni 8 volte migliori ….. di oggi. Supponendo che non siano scoppiate gravi guerre e che la popolazione non abbia subito forti aumenti, il problema economico può essere risolto. ….. Ciò significa che il problema economico non è, se guardiamo nel futuro, il problema permanente della razza umana.
Perché, potete chiedere, ciò che così sorprendente? È sorprendente perché, se invece di guardare al futuro guardiamo al passato, troviamo che il problema economico, la lotta per la sussistenza, è stato sempre finora il problema più importante e assillante della razza umana: non soltanto della razza umana, ma dell’intero regno biologico dagli inizi della vita nelle sue forme più primitive.
Così ci siamo espressamente evoluti per natura, con tutti i nostri impulsi e più profondi istinti, allo scopo di risolvere il problema economico. Se il problema economico è risolto, l’umanità si troverà priva del suo scopo tradizionale …. Penso con timore al riadattamento delle abitudini e degli istinti dell’uomo ordinario, connaturati in lui da innumerevoli generazioni, e di cui può doversi liberare entro qualche decennio. Per usare il linguaggio odierno, non ci dobbiamo aspettare un generale “crollo nervoso”? … Così, per la prima volta dalla sua creazione, l’uomo si troverà di fronte al suo problema reale permanente: come usare la propria libertà dalle preoccupazioni economiche urgenti, come occupare il proprio tempo libero, che della scienza e l’interesse composto gli avranno procurato, per vivere saggiamente e piacevolmente e bene. ….
Dobbiamo aspettarci i mutamenti anche in altre sfere. Quando l’accumulazione della ricchezza non ha più una grande importanza sociale, avverranno grandi cambiamenti nel codice morale. Saremo capaci di liberarci di molti dei principi pseudomorali che ci ossessionano da duecento anni e che ci hanno indotti a elevare alcune delle più disgustose qualità umane al rango e delle più alte virtù. ….. L’amore del denaro come possesso, distinto dall’amore del denaro come mezzo per godere delle realtà della vita, verrà riconosciuto per ciò che è: una morbosità alquanto disgustosa, una di quelle tendenze semicriminali e semipatologiche che si affidano con raccapriccio agli specialisti nella cura delle malattie mentali.
Ma attenzione! Il tempo per tutto ciò non è ancora. Per almeno altri 100 anni dobbiamo fingere per noi stessi e per gli altri che l’onestà sia disonestà e che la disonestà sia onestà, poiché la disonestà è utile mentre l’onestà non lo è. L’avarizia, l’usura e la precauzione devono essere le nostre divinità ancora per un po’.
Terminiamo con la visione di Keynes e per ricordare a noi stessi e che il futuro è più lungo del presente. I dilemmi di oggi entreranno presto a far parte della storia. Emergeranno nuovi e Imprevisti problemi. L’annosa lotta fra le forze dei rendimenti decrescenti e il progresso scientifico continuerà. Ma, se la storia e una guida per il futuro, possiamo aspettarci che le nostre fortune economiche e miglioreranno nei decenni a venire.
Se il progresso economico continuerà davvero, allora la visione utopistica di Keynes potrà diventare presto la questione economica cruciale dei paesi ricchi. A che cosa verrà destinata questa ricchezza? Come useremo le risorse e il tempo che il progresso economico libera dal lavoro faticoso? Per potenziare gli eserciti? Per produrre grano e trattori per i paesi poveri? Per costruire scuole e laboratori? Per la poesia e i balletti? Per lo sci e il tennis? Per pellicce e impianti stereo?
Il più profondo problema economico per i paesi il cui tenore di vita supera di gran lunga le semplici necessità non è come, cosa e per chi produrre, bensì per cosa.
Ahimé!, l’età felice in cui scompariranno i problemi della scarsità non è ancora vicina. Per un certo tempo, dobbiamo a vivere nel presente e a lavorare faticosamente per procurarci il pane quotidiano. Ma, ancora prima di raggiungere un mondo di sovrabbondanza, possiamo con un pizzico di intelligenza e goccio di fortuna, assicurare un tenore di vita accettabile per tutti ed eliminare le diseguaglianze più lampanti.
Nel concludere possiamo dire, con Martin Luther King Jr., che nutriamo anche un sogno: il sogno che la notevole efficienza dei mercati possa, in Oriente e in Occidente, essere sfruttata per gli scopi della società umana.
Sì, il cuore ha ragioni che la ragione non conoscerà mai. Ma l’economia, in bilico tra un’arte e una scienza, può assolvere meglio alla propria funzione combinando le ragioni che scaturiscono dai dati con gli scopi che scaturiscono dal cuore.
gennaio 12th, 2009
Domenica 11/1/2009
Breve appunto su Eluana.
LEGITTIMITÀ E VERITÀ.
La faziosità è predisposizione dello spirito a cercarsi in ogni modo un “nemico”: essa non cerca la verità, appunto, ma la vittoria.
Pierangelo Sequeri
Per coloro che non vogliono la vittoria.
Quel che non sopporto è il dialogo fra sordi, continuamente riproposto dai media.
Occorre che qualcuno distingua chiaramente il piano della legittimità da quello della verità. I due piani sono in qualche modo paralleli, difficile da accostare al finito. La legittimità ha riconosciuti e condivisi criteri sociali, ad esempio quello della maggioranza, e criteri personali, primo fra tutti la libertà della coscienza, ammesso in radice dai laici come dai cattolici. Sul piano della legittimità non penso vi siano divisioni incolmabili ma solo incomprensioni, dovute appunto alla confusione che si fa con il piano della verità.
I criteri di legittimità non sono criteri di verità, sia a livello sociale sia a livello personale: né la maggioranza né la determinazione della coscienza (da presupporre libera ed in buona fede) sono criteri di verità. Non lo sono sia nel senso che non individuano il vero, sia nel senso che non possono escluderlo in radice. In particolare, è legittimo non voler fare esplicito riferimento al vero e rifugiarsi nelle legittimità: la ricerca della verità non può essere imposta come dovere, civico e personale, anche se è patrimonio comune riconoscere comunque il diritto ad essa.
Da questo punto in poi nascono la divisioni fra laici e cattolici, di solito. Di fatto i primi non intendono riferirsi al piano della verità o, comunque intendono liberare il piano del diritto da ogni influenza della verità, con la giustificazione che la verità non è posseduta di nessuno (il che è vero) e che quindi l’introdurla sul piano del diritto diviene fonte ineludibile di violenza (il che non è scontato). Una simile affermazione, per altro, appare più come una estrapolazione della legittimità nel campo della verità, quasi una ingerenza, anche se avanzata di solito in nome di una generica tolleranza. La posizione dei cattolici e del pensiero classico è meno categorica sui rapporti fra città e verità. Sui rapporti fra coscienza e verità si gioca addirittura l’intero destino del sapere, in ogni tempo e di ogni tipo, ed è quindi ancor meno opportuno essere scontati.
Ma basterebbe incontrarsi fino alla distinzione ricordata. I rapporti del piano della verità con quello della legittimità sono, come detto, il cuore del dibattito culturale e filosofico attuale e, se vogliamo, di sempre: non possiamo quindi certo affrontarlo in questa osservazione minima. Ma, soffermarci sulla distinzione citata può essere utile se non ad iniziare il dialogo almeno a rendere meno spiacevole la conversazione. Un buon inizio per andare avanti, con i tempi che corrono.
gennaio 8th, 2009
RACCONTARE IL VANGELO.
5 Gennaio 2009 – questa sera ho visto un bel film: NATIVITY.
The Nativity Story (2006) - Titolo originale: The Nativity Story – Data uscita nei cinema: 01/12/2006 – New Line Cinema.
Perché un bel film, in che senso? Facciamo una breve premessa, un po’ impegnativa.
I teologi da alcuni anni ed il recente Sinodo dei vescovi, presieduto dal Papa, hanno richiamato l’attenzione sulla necessità del racconto di Gesù; il racconto non è l’annuncio del vangelo, deve essere distinto dall’annuncio e tuttavia deve rispondere all’obiettivo di rendere possibile l’annuncio, di renderlo univoco e insieme responsabile. Leggiamo direttamente alcune sintetiche indicazioni del teologo Giuseppe Angelini, già preside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, riportate ne “Il racconto-base di Gesù”, tratto da “Fede, Ragione, Narrazione. La figura di Gesù e la forma del racconto”. Glossa, Milano 2006.
“La necessità di raccontare Gesù è di sempre; essa conosce tuttavia ragioni di urgenza. [...] Sullo sfondo delle narrazioni evangeliche sta una visione religiosa del mondo; essa aveva di che apparire scontata al tempo della loro redazione; appunto tale visione propiziava l’attitudine del lettore a riconoscere la densità religiosa di gesti e parole di Gesù. Oggi quella visione fa invece decisamente difetto. [...]. Il racconto dei gesti di Gesù deve (quindi) assolvere al compito di iscrivere la loro memoria entro l’orizzonte di una visione secolare del mondo. Il racconto deve essere in tal senso laico; solo così può raggiungere l’ascoltatore nel mondo da lui effettivamente abitato. Il racconto di Gesù costituisce in tal senso un momento qualificante della predicazione laica del vangelo. Il mondo abitato dall’uomo secolare, occorre per altro subito precisare, è laico per modo di dire; non è certo privo di obiettivi rimandi al sacro; tali rimandi paiono però censurati dalla cultura comune. Esattamente il racconto di Gesù – questa è la nostra ipotesi – ha la possibilità e il compito di correggere tali censure. [...]. (pag. 20).
[...]
La lettura credente dei vangeli non può cancellare il rimando obiettivo dei testi canonici alla vicenda effettiva di Gesù. Non costituisce un’obiezione a tale rimando la considerazione che non abbiamo documenti sufficienti per la ricostruzione analitica dei fatti. Certo non abbiamo documenti così, e tuttavia la nostra comprensione delle narrazioni canoniche e confessanti suppone in ogni caso la collocazione di tali testi sullo sfondo della vicenda di Gesù, per molti aspetti a noi ignota. La domanda del lettore non specialista – che cosa è successo davvero? – postula una distinzione tra narrazione confessante e vicenda effettiva; dà insieme espressione all’intuizione che soltanto sullo sfondo della memoria della vicenda effettiva sia possibile intendere il senso della confessione di fede espressa dal testo evangelico; la domanda del lettore non specialista ha una verità indubbia, che il lettore specialista non può in alcun modo ignorare. (pag. 38).
[...]
“La predicazione del vangelo ha (quindi) bisogno fino ad oggi del racconto. Per rapporto a tale necessità, è istruttivo il sorprendente successo conosciuto da racconti su Gesù quali quelli prodotti da libri e film, che pure appaiono in genere assai poco probabili dal punto di vista storiografico. Il loro successo non interessa soltanto spettatori e lettori curiosi, ma anche credenti; in tal caso il successo comporta una incidenza del racconto sulle stesse forme della fede. Parole e gesti di Gesù già noti paiono acquisire una nuova e sorprendente evidenza.
Come intendere questa circostanza? È da escludere a priori la possibilità che a mezzi come questi possa fare ricorso la stessa predicazione cristiana? Non si può essere così perentori; occorre invece riconoscere la necessità che anche a tali generi di racconto oggi si ricorra. La presenza assai scarsa di credenti nel campo della letteratura e della filmografia su Gesù è da intendere, probabilmente, come un riflesso del deprecabile difetto di coltivazione del genere del racconto nella pratica pastorale, e dell’ancor più deprecabile difetto di riflessione teologica circa il senso e la necessità di raccontare Gesù. A tale difetto urge rimediare; certo anche per porre un argine all’arbitrio di romanzieri e registi; ma soprattutto per disporre condizioni più propizie all’annuncio del Vangelo.” (pag. 44)
Ecco perché un bel film. Senza grandi pretese, limitato per molti versi, specie per gli “spettatori di professione”, ma semplice al punto tale da invitare convincere lo spettatore all’ascolto del racconto della vicenda di Maria, persino a farlo a farlo suo o, meglio, a produrre lui stesso un racconto. Il coraggio stesso di riproporre nel 2006 la vicenda nel suo tempo può invitare infatti a immaginare in proprio la gente e gli stessi protagonisti della vicenda evangelica.
Forse era il caso di programmarlo all’inizio del periodo natalizio, ma bene anche all’Epifania: tardi ma sempre in tempo!
gennaio 3rd, 2009
…. a proposito dell’importanza della comunicazione ….
…. a proposito della comunicazione come mestiere ….
…. a proposito di chi crede nella comunicazione e non crede nella verità ….
Alcuni uomini chiesero a Confucio: “Dove cominceresti se dovessi governare il popolo?”
Il maestro prima di rispondere tacque in silenzio, per il tempo necessario. Poi rispose: “Migliorerei l’uso del linguaggio”.
Gli ascoltatori rimasero sorpresi: “Ma non c’entra con la nostra domanda – dissero – che cosa vuol dire migliorare l’uso del linguaggio?”
E Confucio rispose:
“Se il linguaggio non è preciso,
ciò che si dice non è ciò che si pensa:
e se ciò che si dice non è ciò che si pensa,
non è possibile realizzare le opere;
e se le opere rimangono irrealizzate,
non progredisce la morale né l’arte;
e se l’arte e la morale non progrediscono,
la giustizia non sarà giusta;
e se la giustizia non sarà giusta,
la nazione non conoscerà il fondamento su cui si fonda
o il fine a cui tende”.
Non si tollererà perciò nessun arbitrio sulle parole. Ecco il problema primo e fondamentale.
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