Pascal, Dostoevskij Von Balthasar: alla radice
Che cos’è l’io?
Un uomo che si mette alla finestra per vedere i passanti, se io passo di là, posso dire che si è messo là per vedere me? No, perché egli non pensa a me in particolare; ma colui che ama qualcuno a causa della sua bellezza, lo ama? No, perché il vaiolo, che ucciderà la bellezza senza uccidere la persona, non gliela farà più amare.
Ma se mi amano per la mia intelligenza, per la mia memoria, amano davvero me? No, perché posso perdere queste qualità senza perdere me stesso. Dov’è dunque questo io, se non si trova nel corpo e neppure nell’anima? E come amare il corpo o l’anima, se non per queste qualità, che non sono ciò di cui è fatto l’io, dal momento che sono caduche? Si può amare la sostanza dell’anima di una persona in modo astratto, indipendentemente dalle sue qualità? Non è possibile e non sarebbe giusto. Non amiamo dunque mai nessuno, ma solo le sue qualità.
Non prendiamoci più gioco dunque di quelli che si fanno onorare a causa di cariche e di uffici, perché non si ama nessuno se non per qualità prese a prestito. [Blaise Pascal. Pensieri (582)]
Forse Pascal non crede nella persona umana, nella sua irripetibile profondità? Attenzione: nel suo pensiero non v’è la negazione dell’io, della sua unità[1], della sua profondità, del suo centro, del suo “cuore”. Pascal, al contrario, ci crede tantissimo, ce la fa quasi toccare; solo egli ci mette in guardia dalle semplificazioni indebite che portano a credere che la infinità della persona, sia la propria che quella altrui, persino di una persona amata, sia direttamente accessibile e disponibile al nostro sguardo, alla nostra conoscenza. Non si arriva a nessuno, al suo centro, alla sua interiorità, nemmeno a se stessi, se non per mezzo delle qualità esteriori. Queste, per altro, oltre Pascal – secondo la lezione di Von Balthasar, per quel che ho capito – sono esse stesse innanzi tutto, necessariamente, manifestazione[2], rivelazione, della profondità invisibile. Il centro, il “cuore”, è spirito. Nell’uomo, spirito incarnato, la carne è, innanzi tutto e necessariamente, manifestazione, forma visibile , la visibilità stessa, se così possiamo dire, dello spirito. Poi tutto il resto.
Lontano quindi dall’identificarci con le nostre qualità e le nostre opere – con i nostri successi e, peggio ancora con i nostri fallimenti – e al tempo stesso, dal pretendere di giungere al nostro centro senza di esse. Non è un facile mestiere stare appresso a se stessi, a noi stessi. Più difficile ancora è farlo nella sola concentrazione su se stessi, nella solitudine. Questa è via per la malattia più che per la salute, come mostra la quotidianità delle società del benessere. E’ l’altro spesso, se non addirittura necessariamente, la porta verso se stessi, poiché solo l’altro ci può costringere all’amore, alla fede, alla speranza – alla vita teologale, in sintesi, per quanto inconsapevolmente tutto ciò possa avvenire.
[1] Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. (Lettera agli Efesini 4, 1-3).
[2] Penso fosse questa la dote naturale del principe Myskin, l’idiota di Dostoevskij: indicare in modo ingenuo, e senza riguardo alcuno al luogo comune, il riferimento delle qualità di ognuno, positive o negative, alla profondità dell’essere che le manifesta, facendo in qualche modo toccare, a monte di ogni giudizio sulla persona – che sarà adeguato solo quando sarà effettuato da Dio in persona, la cui misericordia si misura dalla crocefissione del Figlio – la sua grandiosità. La miseria in questo modo scompare, ad opera di questo idiota, ad opera quindi della “bellezza” che, a suo dire, salverà il mondo. Questo spiega meglio un commento trovato in rete: “Così facendo (Myskin) travolge le difese che costoro si sono eretti per proteggersi dal contatto diretto con il male interiore, perché per lui non importa amare o odiare, fare il bene o fare il male, se ciò conduce inesorabilmente a commettere l’unico vero peccato, che è quello di distrarsi dal prossimo per le proprie passioni. Non passione ci vuole, ma compassione, capacità cioè di estrarre dall’altro la radice prima del suo dolore e di farla propria senza esitazione. Questo è il messaggio eversivo del principe Myskin, che si afferma come una legge nuova, la legge della compassione, che non ha nulla di normativo dal momento che la sua attuazione si ha soltanto in presenza dell’incontro tra il dolore radicale dell’uno e la disponibilità immediata dell’altro ad assumerlo su di sé: lo splendore della bellezza, “l’idiozia” del principe Myskin.” (Franco Arco)