La tua pazienza ci rubò la paura.
SALVATORE QUASIMODO (1901 – 1968)
Al padre. [da La terra impareggiabile (1955-1958)]
Nel testo, scritto in occasione dei 90 anni del padre Gaetano, capostazione delle Ferrovie dello Stato, Salvatore Quasimodo vuole rendere un pubblico omaggio al padre, l’omaggio che non seppe o non volle fare in passato. Per dimostrare la sua grandezza, il poeta si sofferma sulla tragedia del 28 dicembre 1908, quando Messina fu distrutta dalla violenza congiunta del terremoto e del maremoto – i Quasimodo si trasferirono in quella città, dove Gaetano ebbe l’incarico di riorganizzare il traffico ferroviario; la famiglia visse in un carro merci fermo su un binario morto della stazione. Accanto a questi temi compare anche una esaltazione della bellezza della sua terra siciliana che qui viene contrapposta all’ambiente soffocante e privo di natura della città di Milano.
Il figlio adulto e ormai celebre ritrova in sé l’antica e sempre valida lezione del padre e vuole esprimere la sua amorosa gratitudine, ripercorrendo sul filo della memoria il significato di quella presenza.
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AL PADRE
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Dove sull’acque viola era Messina, tra fili spezzati e macerie tu vai lungo binari e scambi col tuo berretto di gallo isolano. Il terremoto ribolle da due giorni, è dicembre d’uragani e mare avvelenato. Le nostre notti cadono nei carri merci e noi bestiame infantile contiamo sogni polverosi con i morti sfondati dai ferri, mordendo mandorle e mele dissecate a ghirlanda. La scienza del dolore mise verità e lame nei giochi dei bassopiani di malaria gialla e terzana gonfia di fango. La tua pazienza triste, delicata, ci rubò la paura, fu lezione di giorni uniti alla morte tradita, al vilipendio dei ladroni presi fra i rottami e giustiziati al buio dalla fucileria degli sbarchi, un conto di numeri bassi che tornava esatto concentrico, un bilancio di vita futura.
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Il tuo berretto di sole andava su e giù nel poco spazio che sempre ti hanno dato. Anche a me misurarono ogni cosa, e ho portato il tuo nome un po’ più in là dell’odio e dell’invidia. Quel rosso del tuo capo era una mitria, una corona con le ali d’aquila. E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali di partenza colorati dalla lanterna notturna, e qui da una ruota imperfetta del mondo, su una piena di muri serrati, lontano dai gelsomini d’Arabia dove ancora tu sei, per dirti ciò che non potevo un tempo – difficile affinità di pensieri – per dirti, e non ci ascoltano solo cicale del biviere, agavi lentischi, come il campiere dice al suo padrone: “Baciamu li mani”. Questo, non altro. Oscuramente forte è la vita. |