L’”assurda” risposta all’”assurdità” del male.

L’inizio non costituisce un problema unicamente per l’uomo pensante, il filosofo. Non è soltanto costui che ne rimane prigioniero e condizionato in tutti i suoi passi ulteriori. L’inizio costituisce anche per l’uomo che risponde, che si decide, una decisione originaria che rinchiude in sé tutte quelle che verranno dopo. Certo, la verità di Dio è sufficientemente grande per permettere infiniti modi di pervenire ed elevarsi ad essa; essa è anche sufficientemente libera per allargare le strettoie entro cui si era pensato doveroso costringersi nel cammino intrapreso e per rimettere così in piedi chi non aveva saputo calcolare il passo giusto. Ma colui che si trova di fronte alla verità nella sua interezza é [...] costui vorrebbe pronunciare una prima parola tale da non essere più costretto a rimangiarsela, a doverla ridimensionare di fronte alla forza delle circostanze, proprio perché era una parola sufficientemente chiara per risplendere con la sua luce attraverso tutte le altre.

La parola con la quale, in questo primo volume noi diamo inizio ad una sequela di studi teologici, è una parola con la quale l’uomo filosofico non inizierà mai, ma con la quale piuttosto porrà fine alle sue riflessioni; una parola inoltre che non ha mai posseduto nel concerto delle scienze esatte un posto e una voce durevoli e garantiti; una parola che quando è stata scelta come tema da parte di queste scienze sembra tradire, nel consesso degli indaffaratissimi specialisti, un dilettante stravagante ed ozioso; una parola infine dalla quale, nell’epoca moderna, mediante energiche delimitazioni di frontiere, hanno preso le loro distanze sia la religione che, in particolare, la teologia: in breve, una parola anacronistica per la filosofia, la scienza e la teologia, che non può quindi essere oggi in nessun modo sfoggiata e con la quale si rischia di non trovare ascolto da nessuna parte. [...]

La nostra parola iniziale si chiama BELLEZZA. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma la quale ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione, ma che, come maschera strappata al suo volto, mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibili agli uomini. Essa è la bellezza alla quale non osiamo più credere e di cui abbiamo fatto un’apparenza per potercene liberare a cuor leggero. Essa è la bellezza in fine che esige (come oggi è dimostrato) per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà, e la quale non si lascia ostracizzare e separare de queste due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa. Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare.

Hans Urs Von Balthasar

Gloria. Un’estetica teologica.

LA PERCEZIONE DELLA FORMA. Introduzione

Jaka Book Milano 1994

 

 

 

 

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