Il problema economico non è il problema permanente della razza umana.

Nessuna voce, per quanto autorevole, può essere riproposta per il presente, ma conoscerle può evitarci di scoprire cose ovvie. Dopo l’89 l’arte più diffusa, con la scusa di seppellire Marx, è stata di oscurare Keynes e con lui ogni serio discorso sulla finalità sociale di ogni impresa umana.   

EPILOGO[1].

Abbiamo percorso un lungo cammino nel nostro studio. La strada verso la comprensione della macroeconomia e della microeconomia è stata disseminata di numerosi problemi. [...] Le soluzioni facili di questi problemi radicati si sono dissolte alla luce dei dati statistici e del ragionamento analitico. [...] Le avversità odierne potrebbero persuaderci che i paesi ricchi soffriranno sempre di dolorosi livelli di disoccupazione, mentre i paesi poveri lotteranno per sempre sotto pesanti oneri di debiti esteri. [...] Anziché terminare con un pianto funesto, concludiamo con una famosa profezia formulata da John Maynard Keynes 1930. Gli anni 30 non erano dissimili dagli anni 80, con molti paesi in preda a una profonda recessione, con un protezionismo imperante, con le banche e tentennamenti sull’orlo della bancarotta. 

Tuttavia Keynes fu capace di guardare oltre l’incombente Grande Depressione e di offrire una sorprendente visione del futuro economico della razza umana.

Supponiamo che tra cent’anni tutti noi ci troviamo …. in condizioni 8 volte migliori ….. di oggi. Supponendo che non siano scoppiate gravi guerre e che la popolazione non abbia subito forti aumenti, il problema economico può essere risolto. ….. Ciò significa che il problema economico non è, se guardiamo nel futuro, il problema permanente della razza umana. 

Perché, potete chiedere, ciò che così sorprendente? È sorprendente perché, se invece di guardare al futuro guardiamo al passato, troviamo che il problema economico, la lotta per la sussistenza, è stato sempre finora il problema più importante e assillante della razza umana: non soltanto della razza umana, ma dell’intero regno biologico dagli inizi della vita nelle sue forme più primitive. 

Così ci siamo espressamente evoluti per natura, con tutti i nostri impulsi e più profondi istinti, allo scopo di risolvere il problema economico. Se il problema economico è risolto, l’umanità si troverà priva del suo scopo tradizionale …. Penso con timore al riadattamento delle abitudini e degli istinti dell’uomo ordinario, connaturati in lui da innumerevoli generazioni, e di cui può doversi liberare entro qualche decennio. Per usare il linguaggio odierno, non ci dobbiamo aspettare un generale “crollo nervoso”? … Così, per la prima volta dalla sua creazione, l’uomo si troverà di fronte al suo problema reale permanente: come usare la propria libertà dalle preoccupazioni economiche urgenti, come occupare il proprio tempo libero, che della scienza e l’interesse composto gli avranno procurato, per vivere saggiamente e piacevolmente e bene. ….

Dobbiamo aspettarci i mutamenti anche in altre sfere. Quando l’accumulazione della ricchezza non ha più una grande importanza sociale, avverranno grandi cambiamenti nel codice morale. Saremo capaci di liberarci di molti dei principi pseudomorali che ci ossessionano da duecento anni e che ci hanno indotti a elevare alcune delle più disgustose qualità umane al rango e delle più alte virtù. ….. L’amore del denaro come possesso, distinto dall’amore del denaro come mezzo per godere delle realtà della vita, verrà riconosciuto per ciò che è: una morbosità alquanto disgustosa, una di quelle tendenze semicriminali e semipatologiche che si affidano con raccapriccio agli specialisti nella cura delle malattie mentali.

Ma attenzione! Il tempo per tutto ciò non è ancora. Per almeno altri 100 anni dobbiamo fingere per noi stessi e per gli altri che l’onestà sia disonestà e che la disonestà sia onestà, poiché la disonestà è utile mentre l’onestà non lo è. L’avarizia, l’usura e la precauzione devono essere le nostre divinità ancora per un po’[2]. 

Terminiamo con la visione di Keynes e per ricordare a noi stessi e che il futuro è più lungo del presente. I dilemmi di oggi entreranno presto a far parte della storia. Emergeranno nuovi e Imprevisti problemi. L’annosa lotta fra le forze dei rendimenti decrescenti e il progresso scientifico continuerà. Ma, se la storia e una guida per il futuro, possiamo aspettarci che le nostre fortune economiche e miglioreranno nei decenni a venire. 

Se il progresso economico continuerà davvero, allora la visione utopistica di Keynes potrà diventare presto la questione economica cruciale dei paesi ricchi. A che cosa verrà destinata questa ricchezza? Come useremo le risorse e il tempo che il progresso economico libera dal lavoro faticoso? Per potenziare gli eserciti? Per produrre grano e trattori per i paesi poveri? Per costruire scuole e laboratori? Per la poesia e i balletti? Per lo sci e il tennis? Per pellicce e impianti stereo?

Il più profondo problema economico per i paesi il cui tenore di vita supera di gran lunga le semplici necessità non è come, cosa e per chi produrre, bensì per cosa.

Ahimé!, l’età felice in cui scompariranno i problemi della scarsità non è ancora vicina. Per un certo tempo, dobbiamo a vivere nel presente e a lavorare faticosamente per procurarci il pane quotidiano. Ma, ancora prima di raggiungere un mondo di sovrabbondanza, possiamo con un pizzico di intelligenza e goccio di fortuna, assicurare un tenore di vita accettabile per tutti ed eliminare le diseguaglianze più lampanti. 

Nel concludere possiamo dire, con Martin Luther King Jr., che nutriamo anche un sogno: il sogno che la notevole efficienza dei mercati possa, in Oriente e in Occidente, essere sfruttata per gli scopi della società umana.

Sì, il cuore ha ragioni che la ragione non conoscerà mai. Ma l’economia, in bilico tra un’arte e una scienza, può assolvere meglio alla propria funzione combinando le ragioni che scaturiscono dai dati con gli scopi che scaturiscono dal cuore.



[1] Da “Economia” di Paul Samuelson. Zanichelli Bologna 1992.

[2] John Maymard Keynes, “Economic Possibilities for our Grand-Children”, ristampato in Essays in Persuasion, London Mac Millan, 1933.

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