Una sera all’opera. Maddalena
lunedì, novembre 23rd, 2009Treviso Domenica 22 Novembre 2009
LA MAMMA MORTA.
Ho passato l’altra sera, mentre mia moglie era alle prove del coro, ad ascoltare “La mamma morta”, dall’Andrea Chenier di Umberto Giordano[1]. Ho scoperto il brano grazie al film Philadelphia e poi, con “youtube”, l’ho ascoltato in un’infinità di versioni dopo che, con il testo a fronte, mi è parso di scoprirne il segreto.
Non è in scena solamente l’amore materno, anche se non possiamo mai partire che da un amore semplice. E non si tratta nemmeno dell’ineludibile dolore nel quale “a me venne l’amore”. Non la miseria, il mercato, il fango e il sangue sono il segreto. Il segreto della scena è nella voce (della mamma, morta). Nel nome, nella parola che, finalmente, viene detta, proferita quasi direttamente dall’anima. Non conosco l’opera di Giordano e nemmeno il suo valore ma questo brano isolato mi appare un piccolo assoluto, forse popolare, di cuore se vogliamo, ma (perché dico ma?) incancellabile.
Solo il nome.
“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus[2]“.
“La rosa fin dall’inizio esiste solo nel nome: noi possediamo soltanto nudi nomi”.
Possediamo semplici nomi, soltanto. Se non ricordo male il film “Il nome della rosa” si conclude con il giovane monaco che dice “dell’unico amore dalla mia vita non ho conosciuto nemmeno il nome”. E’ importante il nome, dare parola ai fatti, ai sensi, ai sentimenti. Ma poi, dicono, non resta altro che il nome. Poi, sottolineo.
Non possiamo affidare tutto al nome, fosse anche parola della rivelazione. Non alla bellezza, come si dice oggi a gran voce da tutti. Come dico anche io che non ho capito mai nulla dell’arte, e forse nemmeno della bellezza. La bellezza salverà il mondo. La bellezza è incancellabile, perché è all’inizio di ognuno di noi. Il bello è percezione del vero e del bene[3], senza la bellezza nessuna parola sarebbe mai detta.
Ma non possiamo affidare tutto al nome, altrimenti non ci resta che il nome.
La mamma, morta
Eppure l’altra sera ho ascoltato dieci volte “la mamma morta”. In quel canto appare forza del nome. La mamma è morta. Tutto intorno il dolore, la miseria, il mercato, il fango e il sangue. Ma la musica strappa la voce alle parole:
“Vivi ancora! Io son la vita!
Ne’ miei occhi e il tuo cielo!
Tu non sei sola!
Le lacrime tue io le raccolgo!
Io sto sul tuo cammino e ti sorreggo!
Sorridi e spera! Io son l’amore!
Tutto intorno e sangue e fango?
Io son divino! Io son l’oblio!
Io sono il dio che sovra il mondo
scendo da l’empireo, fa della terra
un ciel! Ah!
Io son l’amore, io son l’amor, l’amor”
La forza della scena sta in questo: chi parla, chi canta è la mamma, morta. In quel canto la figlia scompare. Il canto è quello della mamma, fatto “in prima persona”: è lei in scena, infine, anche se è la figlia che canta. In piena viva scena sebbene dichiaratamente, consapevolmente morta. Non è quindi in scena l’usurato vigore del sacrificio estremo né la speranza effettiva, che vige nella situazione che non lascia speranza. E’ in atto la voce estrema che strappa alla morte l’ultima parola. Quella di chi è già morto eppure chiama alla vita, sostiene la vita. Questo, ovviamente, non è possibile. MA. Quelle parole possono essere semplice rima da librettista e quella musica banale romanticheria, MA il canto, accorato, della mamma, morta, fa il miracolo! Il ”ricordo” ora è vivo. Il “racconto” ormai è scritto e non si può cancellare. Il racconto dell’unico amore che “vediamo”: IL NOSTRO. Che non è mai soltanto ricevuto o soltanto dato. E’ sempre il “mio” e il “tuo”, inseparabilmente, persino confusamente, se vogliamo evitare le riduzioni dell’intelletto. Quel canto indistinto fa il miracolo di restituirgli il nome, quel nome che è da sempre dimenticato. E con il nome gli restituisce … la rosa.
L’AMORE, NOSTRO. ”Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandolo come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare”. NON È DI NOI CHE STA PARLANDO!
[1] La mamma morta m’hanno alla porta della stanza mia;
Moriva e mi salvava! poi a notte alta io con Bersi errava,
quando ad un tratto un livido bagliore guizza e rischiara innanzi a’ passi miei la cupa via!
Guardo! Bruciava il loco di mia culla! Cosi fui sola! E intorno il nulla!
Fame e miseria! Il bisogno, il periglio! Caddi malata, e Bersi, buona e pura,
di sua bellezza ha fatto un mercato, un contratto per me!
Porto sventura a chi bene mi vuole!
Fu in quel dolore che a me venne l’amor!
Voce piena d’armonia e dice:
“Vivi ancora! Io son la vita!
Ne’ miei occhi e il tuo cielo!
Tu non sei sola!
Le lacrime tue io le raccolgo!
Io sto sul tuo cammino e ti sorreggo!
Sorridi e spera! Io son l’amore!
Tutto intorno e sangue e fango?
Io son divino! Io son l’oblio!
Io sono il dio che sovra il mondo
scendo da l’empireo, fa della terra un ciel! Ah!
Io son l’amore, io son l’amor, l’amor”
[2] Da “Il nome della rosa” di Umberto Eco.
[3] “La nostra parola iniziale si chiama bellezza. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma la quale ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione, ma che, come maschera strappata al suo volto, mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibili agli uomini. Essa è la bellezza alla quale non osiamo più credere e di cui abbiamo fatto un’apparenza per potercene liberare a cuor leggero. Essa è la bellezza in fine che esige (come oggi è dimostrato) per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà, e la quale non si lascia ostracizzare e separare de queste due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa. Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare”. Hans Urs Von Balthasar. Gloria. Un’estetica teologica. La percezione della forma. Introduzione.
http://www.youtube.com/watch?v=ecgmQKCPjPU
Callas
http://www.youtube.com/watch?v=xXzeEfH6PTk
Claudia Muzio (grande del passato!)
http://www.youtube.com/watch?v=WxVZL_frj20
Anita Cerquetti
http://www.youtube.com/watch?v=3ObFzgwlglo
Montserrat Caballe
http://www.youtube.com/watch?v=78VLVuf1rXs
Julia Varady
http://www.youtube.com/watch?v=nI5YOJ7c35c
Aprile Millo