Il racconto di quello che vediamo.
giovedì, gennaio 8th, 2009RACCONTARE IL VANGELO.
5 Gennaio 2009 – questa sera ho visto un bel film: NATIVITY.
The Nativity Story (2006) - Titolo originale: The Nativity Story – Data uscita nei cinema: 01/12/2006 – New Line Cinema.
Perché un bel film, in che senso? Facciamo una breve premessa, un po’ impegnativa.
I teologi da alcuni anni ed il recente Sinodo dei vescovi, presieduto dal Papa, hanno richiamato l’attenzione sulla necessità del racconto di Gesù; il racconto non è l’annuncio del vangelo, deve essere distinto dall’annuncio e tuttavia deve rispondere all’obiettivo di rendere possibile l’annuncio, di renderlo univoco e insieme responsabile. Leggiamo direttamente alcune sintetiche indicazioni del teologo Giuseppe Angelini, già preside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, riportate ne “Il racconto-base di Gesù”, tratto da “Fede, Ragione, Narrazione. La figura di Gesù e la forma del racconto”. Glossa, Milano 2006.
“La necessità di raccontare Gesù è di sempre; essa conosce tuttavia ragioni di urgenza. [...] Sullo sfondo delle narrazioni evangeliche sta una visione religiosa del mondo; essa aveva di che apparire scontata al tempo della loro redazione; appunto tale visione propiziava l’attitudine del lettore a riconoscere la densità religiosa di gesti e parole di Gesù. Oggi quella visione fa invece decisamente difetto. [...]. Il racconto dei gesti di Gesù deve (quindi) assolvere al compito di iscrivere la loro memoria entro l’orizzonte di una visione secolare del mondo. Il racconto deve essere in tal senso laico; solo così può raggiungere l’ascoltatore nel mondo da lui effettivamente abitato. Il racconto di Gesù costituisce in tal senso un momento qualificante della predicazione laica del vangelo. Il mondo abitato dall’uomo secolare, occorre per altro subito precisare, è laico per modo di dire; non è certo privo di obiettivi rimandi al sacro; tali rimandi paiono però censurati dalla cultura comune. Esattamente il racconto di Gesù – questa è la nostra ipotesi – ha la possibilità e il compito di correggere tali censure. [...]. (pag. 20).
[...]
La lettura credente dei vangeli non può cancellare il rimando obiettivo dei testi canonici alla vicenda effettiva di Gesù. Non costituisce un’obiezione a tale rimando la considerazione che non abbiamo documenti sufficienti per la ricostruzione analitica dei fatti. Certo non abbiamo documenti così, e tuttavia la nostra comprensione delle narrazioni canoniche e confessanti suppone in ogni caso la collocazione di tali testi sullo sfondo della vicenda di Gesù, per molti aspetti a noi ignota. La domanda del lettore non specialista – che cosa è successo davvero? – postula una distinzione tra narrazione confessante e vicenda effettiva; dà insieme espressione all’intuizione che soltanto sullo sfondo della memoria della vicenda effettiva sia possibile intendere il senso della confessione di fede espressa dal testo evangelico; la domanda del lettore non specialista ha una verità indubbia, che il lettore specialista non può in alcun modo ignorare. (pag. 38).
[...]
“La predicazione del vangelo ha (quindi) bisogno fino ad oggi del racconto. Per rapporto a tale necessità, è istruttivo il sorprendente successo conosciuto da racconti su Gesù quali quelli prodotti da libri e film, che pure appaiono in genere assai poco probabili dal punto di vista storiografico. Il loro successo non interessa soltanto spettatori e lettori curiosi, ma anche credenti; in tal caso il successo comporta una incidenza del racconto sulle stesse forme della fede. Parole e gesti di Gesù già noti paiono acquisire una nuova e sorprendente evidenza.
Come intendere questa circostanza? È da escludere a priori la possibilità che a mezzi come questi possa fare ricorso la stessa predicazione cristiana? Non si può essere così perentori; occorre invece riconoscere la necessità che anche a tali generi di racconto oggi si ricorra. La presenza assai scarsa di credenti nel campo della letteratura e della filmografia su Gesù è da intendere, probabilmente, come un riflesso del deprecabile difetto di coltivazione del genere del racconto nella pratica pastorale, e dell’ancor più deprecabile difetto di riflessione teologica circa il senso e la necessità di raccontare Gesù. A tale difetto urge rimediare; certo anche per porre un argine all’arbitrio di romanzieri e registi; ma soprattutto per disporre condizioni più propizie all’annuncio del Vangelo.” (pag. 44)
Ecco perché un bel film. Senza grandi pretese, limitato per molti versi, specie per gli “spettatori di professione”, ma semplice al punto tale da invitare convincere lo spettatore all’ascolto del racconto della vicenda di Maria, persino a farlo a farlo suo o, meglio, a produrre lui stesso un racconto. Il coraggio stesso di riproporre nel 2006 la vicenda nel suo tempo può invitare infatti a immaginare in proprio la gente e gli stessi protagonisti della vicenda evangelica.
Forse era il caso di programmarlo all’inizio del periodo natalizio, ma bene anche all’Epifania: tardi ma sempre in tempo!