marzo 8th, 2010
Treviso 8 Marzo 2010
RICOSTRUZIONE
Incollata sul frigo una frase copiata anni fa in una scuola di campagna:
“Questo paese non si salverà e la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se non nascerà un nuovo senso del dovere”.
Aldo Moro.
(Alla fonte … della verità. Ovvero … quel che ti è dato da mamma e papà …) (pensieri raccolti il 20/5/2000)
“Il disconoscimento della verità è sempre cosa pericolosa; noi abbiamo bisogno di verità, di conoscerci e di conoscere gli altri.
E, si noti, non le cose notevoli che altri fanno, quelle che sono passate e passeranno alla storia, ma le cose più minute più semplici, il patrimonio della cultura, della moralità, delle intuizioni della vita, gli aspetti caratteristici della mentalità, il senso del dolore e della gioia ed il modo tipico di reagire ad essi; quel che costituisce l’anima di un popolo ed è, spesso, giorno dopo giorno, nella vita quotidiana. Di queste cose minute ed essenziali noi dobbiamo arricchirci; questi sono gli strumenti della nostra educazione.
Si può esplicare attività modesta quanto si vuole, ma senza di essa la vita, nella sua complessità, non può essere; quella modesta attività si presenta nobilissima, come un fuoco nel quale insospettatamente si raccoglie tutta la luce della vita.”
Aldo Moro.
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Un nuovo senso del dovere. Si tratta, penso, soprattutto del dovere civico anche se, come si rileva dalle parole dello stesso Moro nel secondo pensiero riportato, non esiste reale discontinuità fra vita privata, familiare, e comportamento pubblico, se non si mente a se stessi, prima che agli altri.
Dovere civico, un nuovo senso del dovere. Forse rinnovato più che nuovo, un modo nuovo di partecipare alla vita pubblica, richiesto dalle novità del tempo.
Penso che l’attuale eclissi – non voglio parlare di perdita, di definitivo degrado – del senso del dovere sia cominciato in Italia subito dopo gli anni della ricostruzione e del primo sviluppo. Proprio, come denuncia Moro, con la stagione in cui sono apparsi i diritti e le libertà. Le rivendicazioni sono emerse ma i compiti che ponevano non sono stati sufficientemente riconosciuti ed affrontati. Gli interessi delle parti, la deriva ideologica delle diverse visioni del futuro, e la mancanza di coraggio di coloro che si ritrovavano in posizioni di guida, hanno condotto anche la popolazione più attenta alla vita sociale, ad una visione sostanzialmente edonistica dell’impegno civico, che ha condotto ben presto al rifugio nel privato (il cosiddetto riflusso). Edonistica almeno nel senso di pensare che l’impegno civico potesse essere limitato alla discussione, alla semplice presentazione di ragioni e poco altro. Le classi più colte si sono mostrate civicamente più incolte in proposito, e quelle incolte alla fine si sono trovare sole a sostenere la vita politica, finché è venuta loro a mancare ogni forma di racconto, di rappresentazione.
Il senso del dovere, là dove è rimasto vivo, si è rinchiuso nel privato. Nei rapporti familiari, nello studio, nel lavoro. Serio è rimasto il rispetto in casa, lo studio per affrontare il lavoro e permettersi il benessere, il rapporto di lavoro fondato sulla remunerazione: “ti pago e quindi devi servire al mio scopo”, “produco e quindi mi paghi”, il tutto lealmente e onestamente persino, nei casi migliori.
Che tutto ciò potesse essere sufficiente a produrre la città, la vita comune, era l’incongrua convinzione dei semplici, sostenuta in modo sottilmente implicito dal pensiero cattolico, che sperava in tal modo nel rapido oblio del pensiero marxista, e retoricamente dalla visione liberale riemergente, dilagata nel liberismo dopo “l’89”. Il pensiero marxista classico ha semplicemente avversato una tale posizione, senza prendere atto dei limiti della sua visione antropologica, prima ancora di quella politica, sebbene la sua critica al dilagare del liberismo sia stata più tempestiva e centrata dei profeti postumi emersi dopo l’attuale crisi del ”finanziarismo”. La sinistra riformista da questo punto di vista è di là da venire e, osservando il suo concreto operare, poco convinta di un suo effettivo futuro: distinguersi soltanto non è servito mai a nulla e nessuno. Il pensiero cattolico non ha ancora coscienza del ruolo civico che la situazione e i tempi esigono dalle sue ”potenzialità”, che restano ancora soltanto evocate. Anche per i cattolici il limitarsi alla mera distinzione – diciamo fra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio – ed al richiamo dottrinale non serve più delle distinzioni operate dalla sinistra riformista.
Quindi il nuovo senso del dovere (civico) non è nato. I semi di questa pianta sempre esile nella storia dei popoli ed in particolare nella nostra terra, sono andati dispersi, soprattutto dalla nostra generazione del dopo guerra, incapace ora di indicare il futuro che i nostri figli, coerentemente, neppure mettono in conto.
Questo è quanto. Farla meno critica e addolcirla con speranze retoricamente evocate serve solo ad incancrenire il degrado civico, al definitivo oblio della politica. Per affrontarlo è necessario prendere coscienza della necessità di una nuova ricostruzione. Più impegnativa per il pensiero e per i comportamenti di quella miracolosamente operata alla fine dell’ultima guerra, ormai smarrita se non addirittura persa, come mostrano i richiami sempre più frequenti, generici, interessati e, infine, retorici alla Costituzione.
Una ricostruzione è possibile e resta il solo racconto serio, e quindi l’esercizio effettivo, della speranza, che forse non abbiamo ancora perduto.
novembre 23rd, 2009
Treviso Domenica 22 Novembre 2009
LA MAMMA MORTA.
Ho passato l’altra sera, mentre mia moglie era alle prove del coro, ad ascoltare “La mamma morta”, dall’Andrea Chenier di Umberto Giordano. Ho scoperto il brano grazie al film Philadelphia e poi, con “youtube”, l’ho ascoltato in un’infinità di versioni dopo che, con il testo a fronte, mi è parso di scoprirne il segreto.
Non è in scena solamente l’amore materno, anche se non possiamo mai partire che da un amore semplice. E non si tratta nemmeno dell’ineludibile dolore nel quale “a me venne l’amore”. Non la miseria, il mercato, il fango e il sangue sono il segreto. Il segreto della scena è nella voce (della mamma, morta). Nel nome, nella parola che, finalmente, viene detta, proferita quasi direttamente dall’anima. Non conosco l’opera di Giordano e nemmeno il suo valore ma questo brano isolato mi appare un piccolo assoluto, forse popolare, di cuore se vogliamo, ma (perché dico ma?) incancellabile.
Solo il nome.
“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus“.
“La rosa fin dall’inizio esiste solo nel nome: noi possediamo soltanto nudi nomi”.
Possediamo semplici nomi, soltanto. Se non ricordo male il film “Il nome della rosa” si conclude con il giovane monaco che dice “dell’unico amore dalla mia vita non ho conosciuto nemmeno il nome”. E’ importante il nome, dare parola ai fatti, ai sensi, ai sentimenti. Ma poi, dicono, non resta altro che il nome. Poi, sottolineo.
Non possiamo affidare tutto al nome, fosse anche parola della rivelazione. Non alla bellezza, come si dice oggi a gran voce da tutti. Come dico anche io che non ho capito mai nulla dell’arte, e forse nemmeno della bellezza. La bellezza salverà il mondo. La bellezza è incancellabile, perché è all’inizio di ognuno di noi. Il bello è percezione del vero e del bene, senza la bellezza nessuna parola sarebbe mai detta.
Ma non possiamo affidare tutto al nome, altrimenti non ci resta che il nome.
La mamma, morta
Eppure l’altra sera ho ascoltato dieci volte “la mamma morta”. In quel canto appare forza del nome. La mamma è morta. Tutto intorno il dolore, la miseria, il mercato, il fango e il sangue. Ma la musica strappa la voce alle parole:
“Vivi ancora! Io son la vita!
Ne’ miei occhi e il tuo cielo!
Tu non sei sola!
Le lacrime tue io le raccolgo!
Io sto sul tuo cammino e ti sorreggo!
Sorridi e spera! Io son l’amore!
Tutto intorno e sangue e fango?
Io son divino! Io son l’oblio!
Io sono il dio che sovra il mondo
scendo da l’empireo, fa della terra
un ciel! Ah!
Io son l’amore, io son l’amor, l’amor”
La forza della scena sta in questo: chi parla, chi canta è la mamma, morta. In quel canto la figlia scompare. Il canto è quello della mamma, fatto “in prima persona”: è lei in scena, infine, anche se è la figlia che canta. In piena viva scena sebbene dichiaratamente, consapevolmente morta. Non è quindi in scena l’usurato vigore del sacrificio estremo né la speranza effettiva, che vige nella situazione che non lascia speranza. E’ in atto la voce estrema che strappa alla morte l’ultima parola. Quella di chi è già morto eppure chiama alla vita, sostiene la vita. Questo, ovviamente, non è possibile. MA. Quelle parole possono essere semplice rima da librettista e quella musica banale romanticheria, MA il canto, accorato, della mamma, morta, fa il miracolo! Il ”ricordo” ora è vivo. Il “racconto” ormai è scritto e non si può cancellare. Il racconto dell’unico amore che “vediamo”: IL NOSTRO. Che non è mai soltanto ricevuto o soltanto dato. E’ sempre il “mio” e il “tuo”, inseparabilmente, persino confusamente, se vogliamo evitare le riduzioni dell’intelletto. Quel canto indistinto fa il miracolo di restituirgli il nome, quel nome che è da sempre dimenticato. E con il nome gli restituisce … la rosa.
L’AMORE, NOSTRO. ”Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandolo come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare”. NON È DI NOI CHE STA PARLANDO!
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Gli indirizzi per internet (è sempre lo stesso brano, e va ascoltato con il testo a fronte)
Philadelphia – Maria Callas
ottobre 17th, 2009
Treviso 17/10/2009
Talk show, editorialisti e uomini politici.
“Il criterio di maggioranza è un criterio di legittimità, non un criterio di verità” (*).
Chi ha la maggioranza quindi esercita legittimamente il potere per il quale è stato votato. Punto.
Ma è un errore richiamare a sostegno di un argomento o di un soggetto (politico) il fatto che i consensi superino i dissensi. Farlo significa negare scopo e validità in partenza alla stessa discussione in atto! Quando si discute, infatti, si cerca la verità di un argomento e/o la “coerenza di un soggetto” e non la legittimità di una asserzione a valere quale legge o di un soggetto a esercitare un potere. Gli esponenti o i sostenitori della maggioranza, al limite, possono non partecipare alla discussione, ma se vi partecipano seriamente non possono portare la superiorità numerica a sostegno della loro tesi.
Un riferimento particolare deve andare in proposito alla solita affermazione degli esponenti della maggioranza e dei suoi più o meno consapevoli sostenitori: “ma quelli che lo hanno votato sono forse stupidi?”, che vorrebbe dare ad intendere appunto che alla maggioranza è assicurata la verità. E’ un artificio retorico molto abile. Ed è anche sleale poiché sfida la minoranza ad affermare pubblicamente che la maggioranza dei votanti è, in qualche modo, stupida o in mala fede. Minoranza che appare a sua volta davvero sprovveduta, incapace di ribattere l’ovvio: “e allora sono stupidi o in mala fede quelli della minoranza?”.
La numerosità dei consensi non è criterio di verità e nessuna parte di una popolazione può risultare giudicata in questo modo. Al contrario è possibile, se non mancano competenza, coraggio e amore per la verità – o più modestamente per la ricerca della verità, che non è pegno né ostaggio di nessuno – giudicare (in base alla verità, prima ancora che moralmente) anche il popolo. La verità non è mai serva. Senza impegno verso la verità e verso il bene (comune in particolare) si ha solo legittimità ma non verità e bene (comune) e quindi non si ha nemmeno democrazia; poiché non si ha un vero popolo (demos), è illusoria infatti anche la legittimazione del potere (kratos) che dal popolo deriva.
E qui mi fermo, poiché sul rapporto fra democrazia, verità e bene vi sono almeno 25 secoli di sapere alto nell’occidente, che ai giorni nostri appare come definitivamente perduto in quasi tutti i luoghi del dibattito pubblico, che specie in Italia appare orfano di competenza ancor prima che di autorevolezza morale.
(*) L’affermazione di base la devo alla buona e sapiente anima di don Piero Scapin. L’argomentazione che ne traggo mi appare semplice. Antonio De Chirico
giugno 1st, 2009
Che cos’è l’io?
Un uomo che si mette alla finestra per vedere i passanti, se io passo di là, posso dire che si è messo là per vedere me? No, perché egli non pensa a me in particolare; ma colui che ama qualcuno a causa della sua bellezza, lo ama? No, perché il vaiolo, che ucciderà la bellezza senza uccidere la persona, non gliela farà più amare.
Ma se mi amano per la mia intelligenza, per la mia memoria, amano davvero me? No, perché posso perdere queste qualità senza perdere me stesso. Dov’è dunque questo io, se non si trova nel corpo e neppure nell’anima? E come amare il corpo o l’anima, se non per queste qualità, che non sono ciò di cui è fatto l’io, dal momento che sono caduche? Si può amare la sostanza dell’anima di una persona in modo astratto, indipendentemente dalle sue qualità? Non è possibile e non sarebbe giusto. Non amiamo dunque mai nessuno, ma solo le sue qualità.
Non prendiamoci più gioco dunque di quelli che si fanno onorare a causa di cariche e di uffici, perché non si ama nessuno se non per qualità prese a prestito. [Blaise Pascal. Pensieri (582)]
Forse Pascal non crede nella persona umana, nella sua irripetibile profondità? Attenzione: nel suo pensiero non v’è la negazione dell’io, della sua unità, della sua profondità, del suo centro, del suo “cuore”. Pascal, al contrario, ci crede tantissimo, ce la fa quasi toccare; solo egli ci mette in guardia dalle semplificazioni indebite che portano a credere che la infinità della persona, sia la propria che quella altrui, persino di una persona amata, sia direttamente accessibile e disponibile al nostro sguardo, alla nostra conoscenza. Non si arriva a nessuno, al suo centro, alla sua interiorità, nemmeno a se stessi, se non per mezzo delle qualità esteriori. Queste, per altro, oltre Pascal – secondo la lezione di Von Balthasar, per quel che ho capito – sono esse stesse innanzi tutto, necessariamente, manifestazione, rivelazione, della profondità invisibile. Il centro, il “cuore”, è spirito. Nell’uomo, spirito incarnato, la carne è, innanzi tutto e necessariamente, manifestazione, forma visibile , la visibilità stessa, se così possiamo dire, dello spirito. Poi tutto il resto.
Lontano quindi dall’identificarci con le nostre qualità e le nostre opere – con i nostri successi e, peggio ancora con i nostri fallimenti – e al tempo stesso, dal pretendere di giungere al nostro centro senza di esse. Non è un facile mestiere stare appresso a se stessi, a noi stessi. Più difficile ancora è farlo nella sola concentrazione su se stessi, nella solitudine. Questa è via per la malattia più che per la salute, come mostra la quotidianità delle società del benessere. E’ l’altro spesso, se non addirittura necessariamente, la porta verso se stessi, poiché solo l’altro ci può costringere all’amore, alla fede, alla speranza – alla vita teologale, in sintesi, per quanto inconsapevolmente tutto ciò possa avvenire.
marzo 8th, 2009
Ci sono cose che riguardano i nostri giorni, nella più “concreta” delle nostre realtà che, contrariamente a quanto ci dicono gli “esperti”, e persino vogliono farci credere, vengono invece da lontano. Lontano nel tempo, nel senso che erano dette con radicalità e semplicità in tempi assolutamente non sospetti, e “lontano nell’uomo”, nel senso che appartengono al profondo del suo essere.
La crisi economica dei nostri giorni viene da lontano, le sue cause non erano così nascoste come i profeti del neo-liberismo vogliono farci credere.
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Fecondità del denaro
In teoria e in astratto, è facile concepire un regime associativo tra il denaro e il lavoro produttivo, in cui il denaro investito in una certa impresa rappresenti una parte di proprietà dei mezzi di produzione e serva d’alimento all’impresa, la quale, con ciò, si può procurare l’equipaggiamento materiale, le risorse materiali di cui ha bisogno, in modo che, essendo essa feconda e producendo frutti, una parte di questi frutti ritornino al capitale. Schema irreprensibile.
Di fatto e in concreto, questo stesso schema irreprensibile funziona ben diversamente e in modo pernicioso. Nei giudizi umani che modellano il regime economico, i valori si sono capovolti, mentre il meccanismo conserva la stessa configurazione. Invece di essere considerato come un semplice alimento che serve all’equipaggiamento e al rifornimento materiali di quell’organismo vivente che è l’impresa di produzione, il denaro viene considerato come l’organismo vivente e l’impresa con le sue attività umane, come alimento e lo strumento di esso; in modo che i guadagni non sono più il frutto normale dell’impresa alimentata dal denaro, ma il frutto normale del denaro alimentato dall’impresa. Ecco ciò che noi chiamiamo fecondità del denaro. Capovolgimento dei valori la cui prima conseguenza è di anteporre i diritti del dividendo a quelli del salario e di sottoporre tutta l’economia alla suprema azione regolatrice delle leggi e della fluidità del segno denaro, poiché la cosa primeggia fra i beni utili all’uomo.
[ Jacques Maritain - Religione e cultura. 1930 Morcelliana 1977 pag. 55]
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Se il filosofo fosse soltanto un rivoltoso colpirebbe molto meno. Alla fine, per proprio conto, ognuno sa, per quanto lo riguarda, che il mondo così com’è è inaccettabile: piace che ciò venga scritto, per onore dell’umanità, salvo ad obliarlo quando si ritorna agli affari. La rivolta dunque non dispiace. Ma con Socrate è un’altra cosa. … “Ateniesi, io credo, come nessuno di quelli che mi accusano” …
[Maurice Merleau Ponty - Elogio della filosofia Paravia 1958 pag. 44/49]
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… lo scandalo assoluto della storia dell’uomo è la disponibilità collettiva alla prevaricazione, l’inerzia sociale di fronte all’ingiustizia, la legittimazione politica dell’oppressore …
[Pierangelo Sequeri - Timore di Dio Vita e pensiero 1993 pag. 162]
febbraio 21st, 2009
VIVERE DI RENDITA
Rendita del consumatore. E’ la differenza positiva fra il prezzo che un individuo è disposto a pagare per ricevere un determinato bene o servizio e il prezzo di mercato al quale può procurarsi lo stesso bene. Quanto saremmo disposti a pagare per un litro di acqua o per un antibiotico, nel momento in cui ne abbiamo effettivo bisogno? A quale prezzo invece di solito acquistiamo questi stessi beni nella nostra città? La differenza dei due prezzi è la cosiddetta “rendita del consumatore”!
In verità per definire con precisione il concetto di rendita del consumatore occorre un po’ più di tempo e di impegno. Ma in questa nota possiamo accontentarci, se non procediamo verso indebite generalizzazioni, di averne una sommaria idea, sufficiente a capire gli enormi privilegi che si hanno a nascere in una società moderna ed efficiente. E’ facile per un consumatore non vedere l’ampia gamma di beni di enorme valore acquistati a basso prezzo.
E’ un pensiero che incoraggia l’umiltà. Se conoscete qualcuno arrogantemente fiero della propria produttività economica e dei propri guadagni reali, suggeritegli di soffermarsi a riflettere. Se venisse trasportato con tutte le sue capacità e le sue energie intatte in un’isola deserta primitiva, quanto acquisterebbe il suo reddito monetario? In realtà, senza macchinari, senza ricche risorse, senza lavoro altrui e, soprattutto, senza la conoscenza tecnologica che ogni generazione eredita dal passato della società, quanto potrebbe egli produrre? E’ fin troppo chiaro che tutti noi usufruiamo dei benefici di un mondo economico che non siamo stati noi a costruire. (Samuelson°)
(°) Paul Anthony Samuelson (Gary, 15 maggio 1915) economista statunitense, vincitore del premio Nobel per l’economia nel 1970. La citazione è tratta dal bellissimo testo “Economia” di Samuelson Paul A. e Nordhaus William D. – edito da Zanichelli.
Come ha detto Leonard Trelawny Hobhouse°° (citato in proposito dallo stesso Samuelson):
L’organizzatore di un’industria il quale pensa di essersi “fatto da sé”, lui e la sua impresa, ha trovato a sua disposizione un intero sistema sociale, costituito da lavoratori qualificati, macchinari, un mercato, pace e ordine: un vaso apparato e un’atmosfera generale, creazione congiunta di milioni di uomini e tantissime generazioni. Toglietegli l’intero fattore sociale e vi resterà il selvaggio nudo, che vive di radici, di bacche e di insetti.
(°°) (Liskeard, 8 settembre 1864 – 21 giugno 1929; è stato un politico liberale britannico).
Fa sempre bene incoraggiare l’umiltà, che è la porta delle altre virtù. E’ così tanto quello che abbiamo ricevuto gratuitamente, che dobbiamo davvero rifletterci a lungo prima di pensare di poterle, in qualche modo, negare a chi, in qualche modo, ne è senza. E qui mi fermo, immediatamente, per soffermarmi a riflettere.
febbraio 5th, 2009
SALVATORE QUASIMODO (1901 – 1968)
Al padre. [da La terra impareggiabile (1955-1958)]
Nel testo, scritto in occasione dei 90 anni del padre Gaetano, capostazione delle Ferrovie dello Stato, Salvatore Quasimodo vuole rendere un pubblico omaggio al padre, l’omaggio che non seppe o non volle fare in passato. Per dimostrare la sua grandezza, il poeta si sofferma sulla tragedia del 28 dicembre 1908, quando Messina fu distrutta dalla violenza congiunta del terremoto e del maremoto – i Quasimodo si trasferirono in quella città, dove Gaetano ebbe l’incarico di riorganizzare il traffico ferroviario; la famiglia visse in un carro merci fermo su un binario morto della stazione. Accanto a questi temi compare anche una esaltazione della bellezza della sua terra siciliana che qui viene contrapposta all’ambiente soffocante e privo di natura della città di Milano.
Il figlio adulto e ormai celebre ritrova in sé l’antica e sempre valida lezione del padre e vuole esprimere la sua amorosa gratitudine, ripercorrendo sul filo della memoria il significato di quella presenza.
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AL PADRE
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Dove sull’acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da due giorni, è dicembre d’uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele dissecate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.
La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.
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Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po’ più in là dell’odio e dell’invidia.
Quel rosso del tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d’aquila.
E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d’Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo – difficile affinità
di pensieri – per dirti, e non ci ascoltano solo
cicale del biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
“Baciamu li mani”. Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.
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gennaio 28th, 2009
Treviso 27/1/2009
“UN AMBITO FONDAMENTALE DELLA VITA”
UN’ALTRA PREMESSA.
“Per l’essere umano il rapporto personale e fisico è un ambito fondamentale della vita, in cui soprattutto la gioventù deve imparare ad orientarsi. [...] Molte grandi decisioni coinvolgono questioni di sessualità matrimonio o celibato. Vi è un che di tragico nel fatto che la Chiesa si sia tanto allontanata da chi ne è interessato e cerca risposte” – “Conversazioni notturne a Gerusalemme” C.M. Martini – G. Sporschill. Mondadori – pag. 91.
“Se il mondo si sente straniero al cristianesimo, il cristianesimo non si sente straniero al mondo”. Paolo VI
Su temi come la sessualità, l’origine della vita e la sua fine, una gran parte del mondo interroga o, almeno, provoca la Chiesa. Tali atteggiamenti non sempre sono una chiara intenzione di incontro ma in alcuni casi denotano o almeno tradiscono considerazione per la Chiesa, un tentativo forse inconsapevole di cercare insieme un po’ di luce, di farsi compagnia su tali argomenti. Quarant’anni fa le cose non andavano in questo modo: non si chiedeva mai il parere della Chiesa e di norma si bollava sommariamente come oscurantista la sua posizione.
Cosa sembra dire il cardinale Martini? Sembra dire alla Chiesa di non allontanarsi dal mondo e ai suoi incerti interlocutori di farsi tali in modo consapevole, dichiarato. Semplifico, sperando di non banalizzare: Non chiedete alla Chiesa un “lasciapassare”, una “ricetta”, un “permesso”, un “pass”. Non lo può dare, in questo come in ogni altro ambito fondamentale della vita, che non è mai luogo delle ricette, di semplici definizioni. Non che si debba rifuggire l’oggettività ma nemmeno la si deve pretendere a buon mercato.
Si sta parlando della sessualità umana. Umana. Se era semplicistico assegnare alla sessualità umana il solo scopo di conservare la specie, come ancora si diceva nelle catechesi di 50 anni fa, certo non è possibile parlarne seriamente rinchiudendola nei ristretti ambiti della fisiologia, della sociologia, della psicologia, delle cosiddette scienze umane in genere.
La Chiesa, la teologia in particolare negli ultimi decenni, ne parla con competenza, all’interno di una visione religiosa del mondo, spesso all’interno di un itinerario di fede. Chiunque possa accostarsi con queste premesse all’argomento trova modo di approfondire, se mette in conto un po’ di fatica per orientarsi nel complesso e variegato mondo della ricerca teologica. Ma certo, ripeto, non sarà la teologia a parlare della sessualità senza riferirsi ad una precisa visione dell’umano. Essere cristiani non esime dall’essere uomini ma, sia detto con franchezza, nemmeno preclude ad esserlo.
Non si può parlare, ripeto ancora, della sessualità al di fuori di una prospettata visione del mondo e dell’uomo. Ognuno deve quindi mettere in gioco, arrischiare, dichiarare la sua propria visione del mondo e dell’uomo. Fingere il riferimento a tale visione, come a qualcosa di scontato, è un atteggiamento almeno ingenuo e superficiale, quando non è volutamente fazioso, da ciascuna delle parti.
Tutto questo andrebbe ribadito con fermezza, ogni volta che si comincia a parlare, sia per definire la posizione di chi interroga la Chiesa sia per evitare che la Chiesa abbandoni di fatto la questione, come spesso accade quando si limita alla semplice argomentazione sui “principi non negoziabili”. In questo modo, con diverse responsabilità, si sancisce la distanza da entrambi i lati, con buona pace delle buone intenzioni. Il nostro parlare non va da nessuna parte senza il sincero desiderio di accompagnarsi anche nella via, nella vita, nella storia di coloro ai quali rivolgiamo la parola. Nessuno che si accompagni da solo alla verità.
gennaio 25th, 2009
L’inizio non costituisce un problema unicamente per l’uomo pensante, il filosofo. Non è soltanto costui che ne rimane prigioniero e condizionato in tutti i suoi passi ulteriori. L’inizio costituisce anche per l’uomo che risponde, che si decide, una decisione originaria che rinchiude in sé tutte quelle che verranno dopo. Certo, la verità di Dio è sufficientemente grande per permettere infiniti modi di pervenire ed elevarsi ad essa; essa è anche sufficientemente libera per allargare le strettoie entro cui si era pensato doveroso costringersi nel cammino intrapreso e per rimettere così in piedi chi non aveva saputo calcolare il passo giusto. Ma colui che si trova di fronte alla verità nella sua interezza é [...] costui vorrebbe pronunciare una prima parola tale da non essere più costretto a rimangiarsela, a doverla ridimensionare di fronte alla forza delle circostanze, proprio perché era una parola sufficientemente chiara per risplendere con la sua luce attraverso tutte le altre.
La parola con la quale, in questo primo volume noi diamo inizio ad una sequela di studi teologici, è una parola con la quale l’uomo filosofico non inizierà mai, ma con la quale piuttosto porrà fine alle sue riflessioni; una parola inoltre che non ha mai posseduto nel concerto delle scienze esatte un posto e una voce durevoli e garantiti; una parola che quando è stata scelta come tema da parte di queste scienze sembra tradire, nel consesso degli indaffaratissimi specialisti, un dilettante stravagante ed ozioso; una parola infine dalla quale, nell’epoca moderna, mediante energiche delimitazioni di frontiere, hanno preso le loro distanze sia la religione che, in particolare, la teologia: in breve, una parola anacronistica per la filosofia, la scienza e la teologia, che non può quindi essere oggi in nessun modo sfoggiata e con la quale si rischia di non trovare ascolto da nessuna parte. [...]
La nostra parola iniziale si chiama BELLEZZA. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma la quale ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione, ma che, come maschera strappata al suo volto, mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibili agli uomini. Essa è la bellezza alla quale non osiamo più credere e di cui abbiamo fatto un’apparenza per potercene liberare a cuor leggero. Essa è la bellezza in fine che esige (come oggi è dimostrato) per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà, e la quale non si lascia ostracizzare e separare de queste due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa. Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare.
Hans Urs Von Balthasar
Gloria. Un’estetica teologica.
LA PERCEZIONE DELLA FORMA. Introduzione
Jaka Book Milano 1994
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