Lettera del tempo di Natale.

dicembre 30th, 2011  / Author: nino.dechirico

Venerdì 23 Dicembre 2011

Natale è roba per adulti, non soltanto per bambini o per un’umanità ancora bambina.

Lettera del tempo di Natale.

A Natale l’eterno irrompe nel tempo. Mi è più facile capire che a Natale comincia il tempo eterno.

Tutti sappiamo il tempo, infatti tutti lo nominiamo, ma quando vogliamo parlarne ci accorgiamo, con Agostino, di non conoscerlo. Sapere e conoscere, ancora una volta, non sono la stessa cosa.

Tutti misuriamo il tempo. Anche misurare il tempo, qualsiasi orologio adoperiamo, non fa conoscere il tempo. La misura però addomestica il tempo fino a convincerci di essere essa stessa il tempo.

Molti orologi misurano il tempo: gli astri e la meccanica intima della materia, la vita vegetale e quella animale. Da ultimo l’umano. Già gli antichi hanno adoperato l’umano, ciò che più è profondamente umano, ciò che più è esclusivamente umano per misurare il tempo; lo hanno fatto con la serie convinzione di chi non ha ancora esplorato la sapienza della realtà che ha fra le mani, con rigore e in profondo. I moderni hanno in parte recuperato l’antico progetto e, sebbene siano molto più guardinghi verso l’umano, lo hanno riproposto di recente come misura del tempo, con gran fatica. Approcciare il tempo per mezzo del tempo dell’uomo è un buon modo per iniziare la liberazione dalla misura, ma può anche divenire una nuova prigione, la più inflessibile delle misure.

 “… il tempo si rivela come il mezzo per la rivelazione dell’eternità”

Questo dice il teologo[1].

Se vogliamo segnare una data nel tempo misurato dalla storia dell’uomo possiamo dire che a Natale “nasce” il tempo, il tempo di Dio. Se il tempo è fatto per rivelare l’eterno, per rivelare Dio alla sua creatura, allora il tempo inizia veramente quando inizia il compimento della rivelazione, cioè a Natale, con la nascita del bambino di nome Gesù, a Betlemme, in una grotta, da una giovinetta, vergine, di nome Maria, unica grazia piena nel creato.

Ma che storia è questa? Ma chi è tanto ingenuo anzi, diciamo la verità, stupido da poter credere a simili cose? Ma ci hanno creduto tutti o quasi fino a circa mezzo secolo fa? Non vuol dire nulla! La faccenda è incredibile! Come pensare che il tempo abbia il suo vero inizio, la sua vera “misura” nel più insignificante[2] dei pianetini di una galassia fra le tante, dopo 13 miliardi di “anni” dal cosiddetto (peraltro niente più che cosiddetto) big-bang? Nulla appare più incredibile del Natale, non solo per i non credenti e per i benpensanti, ma per gli stessi credenti, ormai, prigionieri di un tempo identificato per mezzo di una sua misura.

Ormai non è possibile rinviare il compito di liberare il tempo dalla misura o, più precisamente, di liberare noi stessi dalla misura del tempo, misura che, per mezzo del tempo, ci misura. Siamo noi, più che il tempo, che veniamo ormai identificati dalla misura del tempo.

La liturgia, che dovrebbe convocare alla celebrazione del mistero, appare spesso la prima vittima della misura che l’umano subisce ad opera della misura del tempo; liberarci da questa misura appare quindi un compito necessario e non rinviabile per riprendere seriamente il “racconto” di Natale; la teologia è tutt’altro che opzionale a questo punto poiché è chiamata a servire, allo scopo di liberare l’umano da questa angusta visione del reale.

Il tempo non riceve sufficiente giustizia dalla meccanica o dalla biologia e nemmeno dalla fatica che l’uomo compie per dare senso a se stesso e alla storia umana. Maggiore giustizia promette un Dio che ha creato tutto per rivelare Se stesso alla creatura che ha voluto a Sua immagine. Il tempo diviene allora il luogo dell’incontro concreto con Dio, il tempo che inizia concretamente tutto l’uomo e tutto il creato. Tempo del compimento della rivelazione, che inizia con la nascita di Gesù. Fuori da questa visione, che ci viene dal Vangelo, dalla rivelazione quindi, ogni cosa è solo una favola irricevibile[3].

Detto in altri termini, con semplicità e senza sconti, la nascita di Gesù ci autorizza e persino ci chiede di relativizzare il tempo del cosmo, quello della natura e lo stesso incedere delle nostre facoltà spirituali nello scorrere delle stagioni che ci portano dall’infanzia alla giovinezza, dalla maturità e alla vecchiaia: uno solo è il tempo, quello scandito concretamente da Dio, che è diventato[4] uomo. Tutto il resto che possiamo conoscere del tempo, a confronto del tempo di Dio, son solo chiacchiere.

Fin qui la teologia. Siamo quindi prima dell’inizio. Ci hanno raccontato quasi tutto su come si sia arrivati da Gesù alla redazione dei vangeli. Sappiamo anche che non è la stessa cosa andare dai vangeli a Gesù: i vangeli da soli non possono restituire Gesù, comunque si adoperi la teologia e la pastorale.

Qui mi devo fermare, perché sono già oltre la mia precaria intuizione. Ma almeno qui ci siamo arrivati, spero.

Anche il discorso evangelico sul tempo peraltro, è solo all’inizio.

Mi avvio a concludere, come posso.

Visto dalla parte dell’uomo ogni Dio è incredibile[5], anche e forse soprattutto il Dio di Gesù, il Dio-uomo che nasce a Betlemme, in una grotta, da una vergine giovinetta che ha creduto a tutto quello che le era stato detto da Dio.

Nella rivelazione[6], tutto di Dio e, poi dell’uomo, diviene immediatamente normale, domestico, familiare.

Il tempo misurato dall’orologio non cessa di battere le ore, ma non ci impedisce di conservare la fede. Dio non è più l’orologiaio, che predispone tutto e poi basta. Dio fa il tempo con l’uomo, insieme e per mezzo dell’uomo, e l’uomo con il tempo, insieme e per mezzo del tempo[7].

 “… il tempo si rivela come il mezzo per la rivelazione dell’eternità”

 


[1] Von Balthasar nel suo libro sulla teologia di Karl Barth.

[2] Il professor Enrico Medi, che ormai nessuno conosce, quello che commentava le imprese spaziali ai tempi della conquista della Luna, disse a Bari, durante una conferenza al “Piccinni”: “se un angelo rintraccia la terra all’interno della nostra galassia si guadagna  il premio Nobel”.

[3] E non ci preoccupi immediatamente lo scandalo di una rivelazione che presenti se stessa come suo primo e unico testimone: il vangelo non lo nasconde affatto, anzi lo pretende, con chiarezza: solo Dio può parlare di Dio.

[4] Concreto, concretamente, un Dio che diviene, un Dio che si determina, addirittura in favore dell’uomo, della creatura nella quale si immagina come l’uomo si immagina alla donna…. Non sono parole che si possono gettare sul tavolo nella confusione, sperando che passino inosservate ma, alla fine prive del chiarimento che si cerca. Qui siamo alla radice del discorso teologico, alla radice della differenza della teologia dalla filosofia, qui occorre che il concreto trovi vera accoglienza nell’umano. Ma certo non è questo il foglietto in cui questo discorso può trovare più di questo cenno.

[5] Per altro da nessuna parte nella bibbia si mostra un Dio che chieda o pretenda di essere credibile: si vede solo Dio che chiede all’uomo di credere in Lui; il Vangelo mostra ripetutamente un Gesù che espressamente chiede all’uomo di credere in Lui, se e quando Lui lo chiede.

[6] Rivelazione ebraico-cristiana! Lo dobbiamo dire con chiarezza, senza temere lo scandalo della ragione e le ferite dell’orgoglio di tutte le sapienze, compresa la nostra. Non siamo noi ma Dio, Dio di tutto e tutti che, al contrario di ogni cosa che si possa pensare, ha deciso. E, e mi fermo, è proprio in questo modo, nascendo da Maria, che Dio ha “fatto” quella rivelazione, per la quale ha tutto creato, fino all’uomo. Noi non possiamo che servire umilmente, senza pretesa alcuna, questo scandalo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (2 Tim 4,7). Punto.

[7] Indico due delle pagine del vangelo che mostrano quasi direttamente cosa sia il tempo: Mt 20, 1-16 e Lc 15, 11-32. Non si tratta della semplice signoria di Dio sul tempo né della sola detronizzazione del tempo e della detronizzazione di ogni misura, di ogni giudizio, di ogni conclusione, operata dall’uomo in virtù di se stesso soltanto, ma della finalizzazione stessa del tempo – e quindi della sua spiegazione causale fondata sul Vangelo. Il tempo non è soltanto il “luogo” dell’incontro di Dio con la sua creatura immagine ma è “prodotto” dall’incontro, “prodotto” dell’incontro. O l’incontro avviene oppure il tempo non è nulla, sebbene scorrano comunque le ore.

Due sapienze per un uno scopo che nessuno più propone: la convivenza.

maggio 18th, 2011  / Author: nino.dechirico

Non essere troppo pronto…

di Thomas Merton 

Non essere troppo pronto a credere che il tuo nemico è un selvaggio proprio perché è tuo nemico. Forse egli è il tuo nemico perché crede che tu sia un selvaggio. O forse ha paura di te perché sente che tu hai paura di lui. E forse, se sapesse che tu sei in grado di amarlo, non sarebbe più tuo nemico.

Non essere pronto a credere che il tuo nemico è un nemico di Dio appunto perché è tuo nemico. Forse egli è tuo nemico proprio perché non può trovare in te nulla che dia gloria a Dio. Forse egli ha paura di te perché non può trovare in te nulla dell’amore di Dio e della tenerezza di Dio e della pazienza e misericordia e comprensione di Dio per la debolezza umana.

Non essere troppo pronto a condannare l’uomo che non crede più in Dio, perché forse sono stati la tua freddezza, la tua avarizia, la tua mediocrità, il tuo materialismo, la tua sensualità, il tuo egoismo a uccidere la sua fede. [Tratto da Semi di contemplazione di Thomas Merton]

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La faziosità è predisposizione dello spirito a cercarsi in ogni modo un “nemico”: essa non cerca la verità, appunto, ma la vittoria.

Pierangelo Sequeri (teologo)

Non è questione di essere intransigenti ma solo di (ri)cominciare a prendere le cose sul serio.

maggio 18th, 2011  / Author: nino.dechirico

Il fuoco, l’acqua e l’onore

di Gaspare Gozzi 

Il fuoco, l’acqua e l’onore fecero un tempo comunella insieme. Il fuoco non può mai stare in un luogo, l’acqua anche sempre si muove: onde tratti dalla loro inclinazione, indussero l’onore a far viaggio in compagnia.

Prima adunque di partirsi tutti e tre dissero che bisognava darsi fra loro un segno da potersi ritrovare, se mai si fossero scostati e smarriti l’uno dall’altro. Disse il fuoco: S’è’ mi avvenisse mai questo caso, che io mi segregassi da voi, ponete ben mente colà dove voi vedete fumo; questo è il mio segnale e mi troverete certamente.

E me, disse l’acqua, se voi non mi vedrete più, non mi cercate colà dove vedrete seccura o spazzature di terra, ma dove vedrete salci, alni, cannucce, o erba molto alta e verde, andate costà in traccia di me, e quivi sarò io.

Quanto a me, disse l’onore, spalancate bene gli occhi, e ficcatemegli bene addosso, e tenetemi saldo, perché se la mala ventura mi guida fuori di cammino, si ch’io mi perda una volta, non mi trovereste più mai. [Tratto da novelle di Gaspare Gozzi]

Ricordo di don Lino Pellizzari

maggio 12th, 2011  / Author: nino.dechirico

Testamento spirituale.

Ai parrocchiani ed a quanti ho potuto incontrare

In questi anni di vita sacerdotale

lascio un grazie sentito per la gioia che

mi hanno dato nel poterli in qualche modo

aiutare.

Proprio per merito loro spero che, nonostante

le mie innumerevoli colpe, Dio mi accolga

con le parola che rappresentano la speranza

di ogni peccatore: “Avevo fame

                                        Avevo sete

                                        Ero in carcere

                                        Ero senza vestiti e tu ….”

Grazie a tutti! E se la voce di una persona

Che ha finito di vivere su questa terra può

ritenersi credibile, perché frutto di lunga

esperienza, vorrei far giungere a tutti questo

mio convincimento: “fin tanto che uno

non ha gustato la gioia di diventare la

gioia per gli altri non sa proprio cosa sia

la gioia!”. Ringrazio Cristo che mi ha

fatto capire questa cosa e che mi ha concesso

di poterla sperimentare ogni giorno.

E’ bello vivere così e trovo bello anche

morire con questa gioia nel cuore.

Ci rivedremo!

               Ciao a tutti!

                Don Lino Pellizzari

Treviso 12 Aprile 1991

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Il foglietto manoscritto trovato al mattino, sul comodino don Lino

che dormiva, per sempre, sul suo letto.

Tre articoli pasquali ed uno di chiusura.

aprile 26th, 2011  / Author: nino.dechirico

Propongo tre articoli che mi appaiono pasquali, non solo perché scritti in occasione della Pasqua. Uno solo è di un teologo. Tutti mi appaiono una sincera confessione personale e, considerato il mestiere degli autori, un documento di diffuse visioni della realtà e quindi importanti anche se non sempre riconosciuti mattoni della nostra cultura.

Confessioni sincere, almeno. Poi possiamo scavare dietro le parole e trovarvi secoli di teologia e filosofia, ma intanto prendiamo, consideriamo, le semplici confessioni, questi “credo” quasi sfuggiti di penna, che raccontano di noi.

La leale dichiarazione che non nasconde le differenze e nemmeno tenta di colmarle alla svelta, sia pure a fin di bene, è la base del rispetto effettivo, non retorico o di convenienza, rispetto per le persone e per il loro racconto.

L’ultimo articolo appare un complemento fatto di allusioni esplicite agli abissi teologici e filosofici nascosti nei primi articoli.

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Stampa 23/4/2011

Senza copione

Massimo Gramellini

Chiunque preferisca gli umili agli infallibili sarà rimasto colpito dal dialogo televisivo fra il Papa e la bimba giapponese che gli chiedeva conto del terremoto. «Perché i bambini devono avere tanta tristezza?», domandava la piccola, dando fiato a un tarlo che non trova risposte nella ragione, ma solo in quella che le Chiese chiamano fede e gli psicanalisti junghiani intuizione. Il Papa avrebbe potuto rispondere come quel cattolico saputello e fanatico del Cnr, che a proposito dello tsunami aveva tirato in ballo il castigo di Dio. Invece se n’è uscito con un’ammissione di impotenza dotata di straordinaria potenza: «Non abbiamo le risposte. Però un giorno potremo capire tutto».

Per il niente che vale, la penso (anzi, la sento) come lui. Mi sono sempre immaginato la vita come un film di Woody Allen, dove gli attori recitano le scene senza che il regista mostri loro l’intero copione. Solo al termine delle riprese vengono ammessi in sala montaggio e finalmente comprendono il motivo per cui si erano baciati o presi a schiaffi.

Per tutta la vita ci sentiamo sballottare da eventi che non afferriamo e siamo pervasi da un senso di inadeguatezza, come se ogni cosa sfuggisse al nostro controllo e il cinismo rappresentasse l’unico antidoto allo smarrimento. Ma appena diamo tregua al cervello e inneschiamo il cuore, sentiamo che tutto ciò che d’incomprensibile ci succede contiene un significato. E il fatto di trovarci al buio non significa che la stanza sia vuota, ma solo che bisogna aspettare che si accenda la luce.

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Repubblica 24/4/2011

Pasqua, lo spirito risorge per tutti

di EUGENIO SCALFARI

IL MALE non esiste. Dio decise di incarnarsi, di assumere natura umana e assumere su di sé tutti i peccati del mondo. Ripristinò l’alleanza tra l’umanità e il suo creatore e indicò la via della salvezza lasciando agli uomini la libertà e la responsabilità di scegliere.

Nel giorno del giovedì cenò con i suoi apostoli. La sera si ritirò con loro nell’orto del Getsemani. Nella notte fu arrestato. Il venerdì fu processato, torturato e crocifisso. Sepolto. Dopo tre giorni (ma il sabato secondo la liturgia) resuscitò da morte, apparve alle donne e poi agli apostoli. Così raccontano i Vangeli.

Un altro racconto, pur sempre condotto sui testi della Scrittura ma diversamente interpretati, narra la storia di un uomo, figlio di Giuseppe e della giovane Maria, nato a Betlemme nei giorni del censimento, ma residente a Nazaret. Di lui, dopo la nascita ed una fuggitiva presenza al Tempio, i Vangeli non dicono più nulla, non esiste alcun racconto della sua infanzia e della sua adolescenza. Non sappiamo nulla del suo lavoro, dei suoi studi, della sua famiglia, della sua vita.

Lo ritroviamo a trent’anni, quando inizia la sua predicazione in Galilea e in Tiberiade. Va al Giordano a farsi battezzare dal Battista, raduna un gruppo di discepoli, pescatori, artigiani, mendicanti. La sua predicazione ha all’inizio contenuti soprattutto sociali; sostiene che nel regno di Dio gli ultimi saranno i primi, i deboli, i poveri, gli ammalati, saranno confortati, i giusti avranno giustizia, gli ingiusti saranno castigati.

Ma intanto quell’uomo sente crescere dentro di sé una potenza misteriosa, connessa a capacità medianiche e taumaturgiche. Ed è allora che domanda: “Voi chi credete che io sia?”. Alcuni dei discepoli rispondono: “Tu sei il “rabbi”, il Maestro”. Altri: “Tu porti in te lo spirito di Mosè”. Ed altri: “Un grande profeta, più grande di Ezechiele e di Geremia”. Altri ancora: “Tu sei il Messia, discendente dalla stirpe di David e sei venuto ad annunciare la fine dei tempi”.

Gesù ascolta, si chiude in sé. Si ritira nel deserto passando dalle terre dove vive la comunità degli Esseni, rimane quaranta giorni solo con le sue tentazioni, ode la voce del Tentatore e ne respinge le impure proposte. Torna tra i suoi. Ora è convinto di essere il Figlio di Dio, il solo tramite attraverso il quale l’unico Dio manifesta il suo amore per gli uomini e la sua sconfinata misericordia.

Questi due racconti, pur svolgendosi nello stesso modo e configurando lo stesso percorso, sono però profondamente diversi, ma convergono nella stessa conclusione: quell’uomo dà inizio ad un’epoca che si ispira al principio dell’amore e della carità, del perdono e della misericordia. Il peccato è una caduta dalla quale ci si può rialzare. Il male è soltanto l’eccezionale assenza del bene. Il bene è il regno dei giusti che godono la beatitudine di poter contemplare Dio nelle sue tre consustanziali epifanie di Padre, di Figlio e di Spirito Santo.

In questa fine del viaggio e della storia il male avrà cessato di esistere, non ci sono né purgatorio né inferno, ma soltanto paradiso, senza tempo e senza luogo.

* * *

Ma c’è un terzo racconto, quello che caratterizza l’epoca della modernità. In esso non esistono né il male né il bene, non esiste il peccato. Ogni essere vivente è dominato dalla natura dei suoi istinti e vive in perfetta innocenza. Ma noi, unica specie dotata di mente riflessiva e capace di pensiero, noi ci vediamo vivere, invecchiare e morire; noi siamo animati da due forme di amore: quello verso se stessi e quello verso gli altri. Nessuno di questi due amori riesce a cancellare l’altro e la nostra vita non è che la dialettica convivenza di essi che si confrontano nella caverna dove abitano i nostri istinti, le nostre più segrete pulsioni e la nostra energia vitale.

In questo terzo racconto non esiste metafisica, nulla è divino oppure tutto è divino, due modi per significare la stessa cosa: “Deus sive natura“.

Il terzo amore che tutto sovrasta è quello verso la vita e il solo peccato pensabile è quello contro la vita, la sua dignità, la sua libertà. Non una vita idealizzata, ma una vita storicamente determinata dagli istinti che si misurano, si combattono, si trascendono, si trasfigurano, diventando passioni e sentimenti analizzati dalla lente della ragione, cioè del pensiero che pensa se stesso e che si vede vivere.

Questo pensiero è capace di inventarsi e di raccontarsi molti mondi, è una fabbrica di illusioni che ci aiutano durante il viaggio, di speranze che alimentano la nostra energia vitale, di architetture morali indispensabili a tutelare la nostra socievolezza.

Noi siamo una specie pensante e socievole, perciò costruiamo regole morali che consentono la convivenza in quel dato contesto storico. Ecco perché non esistono peccati ma esistono reati.

Quando finisce un’epoca, finisce anche una morale, si verifica una rivoluzione che smantella la vecchia architettura per costruirne un’altra affinché la vita possa proseguire alimentata e incanalata da nuovi limiti, da nuove correnti, da nuove sorgenti.

* * *

Ognuno di questi racconti ha una sua Pasqua, ognuno raffigura un’epifania, una morte apparente e una resurrezione. Non c’è fine perché non c’è principio. Non c’è altro senso fuorché la vita che la nostra specie è in grado di raccontare, interpretare, trasfigurare, inventare. Abbiamo perfino inventato il tempo.

Il tempo morirà con noi. La morale morirà con noi. Purtroppo stanno già morendo e questo non è buon segno.

Quando si rifiuta di ricordare il passato non si può costruire il futuro, si vive schiacciati da un eterno presente come gli animali che vivono infatti fuori del tempo.

Quando si smonta un’architettura morale senza costruirne un’altra il fiume della vita cessa di scorrere diventando imputridita palude. A questa sorte dobbiamo ribellarci, questo pericolo dobbiamo scongiurare.

“Resurrexit” suoneranno oggi le campane. La Pasqua è di tutti ed è lo spirito di tutti che deve risorgere.

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Avvenire 24/4/2011

Le certezze scritte nel cielo della Risurrezione

Niente finisce in niente

Pierangelo Sequeri

Dovete volerci bene anche soltanto perché da qui, nonostante tutto, noi non arretriamo.

Con tutto quello che succede ogni anno. Con tutte le piaghe dalle quali, anche noi, siamo coperti. Con tutta la rassegnazione che ci ammala invisibilmente, come la radioattività nell’aria. Con tutta la rabbia per le implacabili mortificazioni della vita, per le ottuse indifferenze della morte, che ci farebbe mandare tutto all’aria: ciascuno per sé, e per l’amor di Dio, più nessuno per tutti, che ne abbiamo avuto abbastanza. Con tutto che siamo più pochi, e nemmeno tutti i migliori. Con il fatto che non sappiamo neppure bene che cosa inventarci, per farvi volare alto: almeno voi, perché noi ci siamo impegnati anche per i pulcini con le ali spezzate. Con la sensazione di spenderci all’osso per l’essenziale e di essere poi comprati per le cose di complemento: come per un atto di beneficenza – almeno una volta all’anno. Con le lacrime agli occhi per tutti i figli che chiedono pane e ricevono rospi, sognano aria pulita e devono scegliere fra gli abiti dismessi. Con il groppo della nostalgia per le avventure dell’anima che scoprono mondi e creano bellezza, quotidianamente sbeffeggiate dai volenterosi carnefici del rendimento.

Con tutto questo, e col fatto che non siamo, noi per primi, all’altezza dell’inaudito, noi sciogliamo le campane e ripetiamo “Gesù Cristo è risorto”. E che non c’è niente che finisca in niente. Dio ha bruciato le sue navi e non vuole ritornare da solo oltre la barriera. E noi siamo la compagnia destinata. Noi. Noi umani, che a dispetto di tutto, siamo anche capaci di svenarci per un figlio, e di commuoverci per la pura essenza della fede che ci viene incontro con lo sguardo di qualcuno che ci pensa capaci di voler bene. Ebbene, noi siamo stati elegantemente anticipati da Dio. Imperterrito, ha abitato le nostre frivolezze indecenti e le nostre odiosità insopportabili, e ne ha fatto fascine. Ha stretto un legame irrevocabile anche per un bicchier d’acqua. Non si è perso nessuno dei nostri inferni, per strapparci dalle grinfie quelli che ci avevamo chiuso dentro: perché non erano dei nostri, perché non c’erano risorse, perché la civiltà dell’uomo emancipato aumenta i diritti, estingue i doveri, impone a tutti di pensare alla salute.

”Gesù Cristo è risorto”. Il cielo è abitato da uomini, donne, bambini. Non solo angeli. L’intimità di Dio è un uomo come noi. Milioni hanno già trovato. Miliardi, troveranno. E saremo riconosciuti se ci riconosceranno. E saremo protetti, se abbiamo protetto. Il pensiero dell’uomo occidentale si è fatto fine. L’annuncio è in circolazione da un bel po’. Bisognerebbe aggiornarsi. Il racconto è commovente, ma l’epilogo fuori portata. Gli atomi non vanno contraddetti – se non lo sappiamo noi! Li abbiamo interrogati: non ne sanno niente. D’accordo, ognuno ha gli oracoli che si merita. Noi comunque non ci aggiorniamo. Non cambiamo. Ci commuoviamo come il primo giorno. Le donne hanno più fiuto di noi. I discepoli l’hanno visto, e non l’hanno più abbandonato. È in quel momento che, a noi uomini, ci è cambiato Dio. Non era più il faraone celeste, l’imperatore supremo, il divino motore. E voleva noi. Ha imparato la nostra lingua, ha patito i nostri affetti, ha sostenuto il nostro odio. Ha voluto noi e niente ha potuto fermarlo.

”Gesù Cristo è risorto”. A pensarci, grazie alla cocciuta fedeltà di questa testimonianza, oggi anche noi ci sentiamo migliori. E anche voi, vi vediamo meglio. Con tutto che siamo così imperfetti (e così terribili, persino), grazie all’indomita ostinazione di quell’annuncio, incominciamo a vederne così tanti di esseri umani che tengono in vita il mondo, che certo non lo meriterebbe, da commuoverci di quanti sono. Questo popolo delle beatitudini, dico, ostinato come Dio, che ci tiene in vita, anche quando non lo meritiamo. Vedo che molti sono dei nostri, li riconosco. Ma la stragrande maggioranza vengono da tutte le parti, e Gli vanno incontro. Ve lo dicevo che con la risurrezione di Gesù Cristo ci è cambiato Dio, a noi uomini. E anche noi ci troveremo cambiati, prima o poi. Noi non smettiamo, finché ce ne sono, di uomini. “Gesù Cristo è Risorto”.

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Avvenire 26/4/2011

Il mattutino – a cura di Gianfranco Ravasi 

A FORMA DI CUORE

C’è un vuoto a forma di Dio nel cuore di ogni persona e non può mai essere riempito da nessuna cosa. Tempo fa ho letto con gusto un libro raffinato e molto “mirato”, la Breve storia del verbo essere di Andrea Moro, pubblicato da Adelphi. Si tratta, infatti, del termine che intreccia nel suo coniugarsi all’interno del linguaggio umano non solo la lingua e la logica, ma anche la filosofia, la matematica e persino la teologia, dato che Dio stesso si rivela a Mosè così: «Io sono colui che sono» (Esodo 3,14). Ebbene, in apertura a quel volume l’autore poneva la frase affascinante che sopra ho trascritto, aggiungendo questa precisazione: «citazione apocrifa di Pascal». Certo, come accadde a sant’Agostino, un pensatore folgorante, così anche il celebre filosofo e scienziato francese non poteva non generare un flusso di imitatori che gli assegnavano aforismi o riflessioni inventate. È vero, tuttavia, che è propria di Pascal l’esaltazione delle «ragioni del cuore che la ragione non conosce» (Pensieri n. 477 ed. Chevalier). Qui, però, si introduce un’ulteriore tappa: il cuore umano ha un tale abisso di profondità da poter essere colmato solo da Dio, cioè dall’Infinito e dall’Eterno. Vanamente la persona cerca di riempire questa sorta di buco dell’anima con le cose, coi piaceri, con le distrazioni. Ma queste realtà al massimo possono placare lo stomaco e i sensi; mai riescono anche solo a sopire l’attrazione che quell’assenza esercita, rendendoci sempre in tensione e insoddisfatti. Lo stesso desiderio umano, che è insaziabile, è la testimonianza di questo vuoto che anela e che nulla, tranne Dio, riesce a saturare.

Il borghese dimenticato

aprile 17th, 2011  / Author: nino.dechirico

Nel saggio “Persona e società – Il messaggio di Emmanuel Mounier” – di Mario Montani, uscito per la prima volta nel 1957, troviamo questa annotazione sulla figura del borghese, che appare ormai dimenticata nel dibattito pubblico, quasi a credere che essa ormai non ci riguardi più.

IL BORGHESE: L’UOMO SPERSONALIZZATO

Credono di amare Dio perché non amano nessuno! Péguy.

Qual è la civiltà che va tramontando?

Non è difficile la risposta. Basta esaminare l’uomo che questa civiltà è riuscita a costruire: il borghese.

E’ luogo comune, oggi, in ogni movimento che voglia presentarsi con etichetta rivoluzionaria, innalzare il vessillo della lotta contro il borghese. Prima di usare questo termine, bisogna ben chiarirlo e determinarlo, evitando la faciloneria e la grossolanità per prevenire obiezioni e smantellare illusioni.

Innanzitutto Mounier constata come appena si profili un movimento che dirige la sua critica sul “borghese” (e tanto più se lo condanna) tutti si sentono irritati. Ciò avviene – spiega Mounier – perché ciascuno di noi, in proporzione più o meno abbondante, è un borghese il quale solo a sentire questo nome va su tutte le furie come un indemoniato. E’ difficile e costa sacrificio abbandonare la condizione di borghese. Tanto più che essa ha invaso ogni latitudine e ogni ambiente, cosicché la si trova ovunque.

La sua morale, nata un tempo da una classe, oggi si è diffusa negli strati più bassi della società. Sono pochi coloro che le sfuggono: in alto, alcuni grandi capitani o pirati di industria – che pur rimangono borghesi dal punto di vista sociale – in basso i violenti.

Anche se è una verità urtante, non dobbiamo per questo velarla: “Il nostro sguardo sul mondo è troppo affettuoso per negarlo completamente”.

Per Mounier rimane ancora chiaramente stabilito che “con la parola borghese non si vuol definire una classe ma uno spirito, e questo spirito risale fino alle alte gerarchie del regime, e discende come una cappa pesante sulle masse popolari”.

Solo coloro che non si sono resi conto da quale profondo essere metafisico sia caratterizzato questo tipo, hanno avuto la pretesa di fissare il borghese in una classe. L’unica posizione sana è conoscerne lo spirito e l’essenza per cercarli in tutti noi.

E per sapere se si è colpiti da questo spirito, non occorre calcolare le proprie rendite, basta fare un esame di coscienza davanti al quadro che ce lo delinea: “Un tipo d’uomo nuovo – che sempre resiste, lui fortunato! – privo di ogni follia, di ogni mistero, del senso dell’essere e del senso dell’amore, della Sofferenza e della Gioia, devoto alla Felicità e alla Sicurezza; rivestito, nelle più alte sfere, di una cornice di Cortesia, di Buon Umore, di Virtù di Razza; negli strati più bassi murato tra la lettura sonnolenta del giornale quotidiano, le rivendicazioni professionali, la noia delle domeniche e dei giorni di festa, e – come una difesa – l’ossessione dell’ultimo pettegolezzo o dell’ultimo scandalo. Aggiungiamo le sopracciglia lanciate dall’ultima “star”, i piccoli divertimenti tipo yo-yo, le parole crociate e amenità del genere, ecco completato il quadro della persona borghese cosiddetta “spirituale”.

Però troppo superficiale e pericoloso sarebbe fermarsi sull’aspetto interessante o divertente del borghese. Bisogna approfondirne l’entità morale e storica.

“Il borghese è l’uomo che ha perduto il senso dell’Essere”.

Non è più in comunione con il mondo sensibile che, per lui, ha perduto ogni attrattiva, avendolo ridotto a un puro ammasso di cose tra cui si muove. La sua vita conosce solo due categorie, di cui una sola gli interessa: gli affari e il tempo perduto. E tempo perduto è l’amore delle cose.

Senza essere un pensatore, rispetta il pensiero; soprattutto di colui che si mette al suo servizio per innalzare a dignità di buona reputazione i suoi egoismi e i suoi interessi. Non si incontra con nessun mistero perché s’è fatto un mondo a sua misura, nel quale non c’è posto per un Dio che venga a turbare la sua sicurezza fisica.

“Il borghese è l’uomo che ha perduto l’Amore”.

Gli basta sentire il bisogno della simpatia per convincersi di amare: l’amore dona, la simpatia chiede; l’amore si impara solo con Dio, la simpatia la si può comprare senza Dio.

Non amando, il borghese non ha fede. Se si professa credente si tratta di una fede distinta, ragionevole, da giorno festivo, che gli permetta di non camminare a fianco a fianco col popolo. Se si professa ateo si guarda bene dal combattere quel freno che è “la religione per il popolo”.

Staccate dall’amore, le virtù sono diventate dei congegni manovrati per l’acquisto o il consolidamento dei propri interessi.

Il primo valore da conservare ad ogni costo è l’ordine, divenuto sinonimo di tranquillità: tutto va bene se non v’è turbamento. Però all’orizzonte si delinea sempre la paura che incombe su quanto il borghese ancora non possiede: l’imprevedibilità del domani, il volto mutevole degli uomini, il rischio della vita. Per questo si circonda di misure protettive e di isolanti, contrae assicurazioni su assicurazioni, rispetta tutto ciò che garantisca la parvenza esteriore dell’ordine: polizia, esercito, etichetta, riserbo, e discrezione.

“ Il Copernico della morale non è Kant, ma lui, il borghese”.

Tutte le virtù che generalmente fanno capo alla carità, per il borghese volteggiano intorno alla virtù d’ordine. La loro misura non è più l’amore che ha proiettato intorno a sé dei mondi, ma un codice di tranquillità sociale e psicologica.

Il borghese tende unicamente alla felicità che per lui è sinonimo di benessere e di godimento.

La sua vita è basata sulla proprietà perché il benessere e il godimento rischiano di affievolirsi qualora fossero minacciati dall’instabilità. Se il cristiano si preoccupa di essere qualcuno, lo scopo del borghese è di avere qualcosa. Dei beni che possiede (moglie, automobile, terre) ciò che più gl’importa è l’aggettivo mio che gli sta davanti. Si circonda di belle e piacevoli cose, si impone dei buoni costumi, si fabbrica una buona coscienza. Vive bene perché si trova a suo agio nella mediocrità che s’è affannosamente costruita, ignorando la croce e la rinuncia.

“Il borghese – diceva Péguy – non è buono né per il peccato né per la grazie né per la sventura né per la gioia. E’ un uomo fornito di salute, un uomo felice, e quindi un essere disgraziato.

Il borghese insomma è l’uomo spersonalizzato.

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Tratto da: “Persona e società – Il messaggio di Emmanuel Mounier” – di Mario Montani.

(La prima edizione dell’opera risale al 1957) – Elle di ci Editrice – Leumann Torrino 1978

Citazioni di Mounier da: “Rivoluzione personalista e comunitaria” di Emmanuel Mounier.

Scusate il disturbo

febbraio 27th, 2011  / Author: nino.dechirico

Guardate come è bravo questo, abbastanza giovane, giornalista nel sintetizzare gli eventi e descriverli in modo piacevole, elegante persino. Ciao.

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Stampa 26/2/2011
SCUSATE IL DISTURBO
Massimo Gramellini
Va bene il pensiero cinico dominante, che si fa un punto d’onore di schernire qualsiasi passione ideale. Ma com’è possibile che non vengano i brividi nel vedere una fiumana di ragazzi che si riversa per le strade del Nord Africa chiedendo libertà? Nell’ascoltare le voci drammatiche che raccontano di un genocidio in atto alle porte di casa nostra, dove un dittatore pazzo sta facendo sparare addosso alla sua gente da un manipolo di mercenari? Il petrolio, l’invasione, il califfato: preoccupazioni sensate, ma nell’alfabeto interiore di un essere umano sono parole che arrivano dopo. Prima c’è l’amore per la libertà. Non sarà, lo sto chiedendo anche a me stesso, che nel distacco titubante con cui seguiamo gli eventi libici si nasconde un velo di razzismo, che ci induce a considerare gli arabi degli immaturi, privi dei bollini necessari per iscriversi alla democrazia e quindi da tenere sotto il tallone di qualche babau, possibilmente amico nostro?
Gioca un ruolo la delusione del 1989: alla caduta del Muro festeggiammo l’avvento di un mondo più giusto e invece ci siamo ritrovati dentro uno più largo, nel quale gli occidentali hanno perso peso. In noi si è fatto strada il pensiero tipico dei perdenti: che d’ora in poi qualsiasi cambiamento altrui peggiorerà la nostra vita. Ma i cambiamenti sono la vita. Il modo migliore per scongiurare invasioni e califfati consiste nello schierarsi a fianco dei ragazzi arabi in lotta per la libertà. Aiutarli a ottenerla dai tiranni oggi. E a difenderla dai fanatici domani.

Dove andare? Una domanda nascosta da una risposta scontata.

marzo 14th, 2010  / Author: nino.dechirico

Bari 12/3/2010
VERSO SUD: DALL’AVARIZIA ALLA POLITICA
Luciano De Chirico
Quasi due mesi sono passati da quello straordinario sabato sera di gennaio in piazza Prefettura a Bari, quando Nichi infiammò e commosse i presenti con il suo incalzante grido di battaglia.
Nel pieno di una campagna elettorale, nella quale emergono soprattutto le miserie e le meschinità della politica attuale, vale la pena riflettere sul significato profondo e grandioso di quel “Verso Sud”.
Verso Sud è la capacità di guardare alla nostra società proiettandola nel futuro: è il capovolgimento di quella logica dominante, ma ottusa, di ritenere il “nord”, cioè quello che una volta era considerato l’occidente, il centro e il fine dell’umanità. E tutto e tutti conseguentemente asserviti a questa logica.
Verso Sud è al contrario la presa di coscienza di quella, che non solo potrebbe essere, ma inevitabilmente sarà la società futura, una società sempre più interdipendente e sempre più aperta.
Verso Sud ha il profumo rivoluzionario dei grandi visionari del passato che con largo anticipo hanno previsto e guidato i cambiamenti che avrebbero attraversato l’umanità.
Verso Sud era il grido di Gandhi quando ha dimostrato al mondo intero che non solo liberarsi dalle catene del colonialismo era possibile, ma ha indicato anche il modo per farlo, guidando l’India verso una democrazia reale che spesso, al di fuori del nostro “nord”, è considerata una chimera.
Verso Sud è stato perennemente lo sguardo di Nelson Mandela che ha combattuto e vinto l’apartheid sulla propria pelle, con la fierezza della sua africanità.
Verso Sud era l’orizzonte di Léopold Senghor che ha guidato il popolo senegalese nella costruzione di una democrazia non fotocopia di quelle occidentali, educandolo alla valorizzazione di quanto vi fosse di originale nella cultura del suo paese.
Verso Sud è Emergency, che continuamente mette a disagio la coscienza dei benpensanti del “nord” realizzando quegli esempi di sanità di qualità a servizio di tutti, che sono gli ospedali che nascono nelle zone del mondo nelle quali l’occidente allena i suoi muscoli.
Verso Sud, e non poteva essere diverso, era il cammino di Giuseppe Di Vittorio quando ha portato i braccianti della sua terra a farsi popolo e diventare protagonisti della loro emancipazione dallo sfruttamento.
Verso Sud guardava Don Bosco, quando dimostrò che alimentazione ed istruzione erano le uniche armi necessarie per combattere il disagio e la devianza giovanile.
Verso Sud andava Don Zeno con la sua Nomadelfia, esempio scomodo di società delle persone, per le persone aldilà dei rapporti condizionati dal denaro.
Verso Sud urlava Don Milani con la sua scuola di Barbiana, per gli ultimi fra gli ultimi, creando scandalo non solo nel mondo della scuola, ma prendendo letteralmente a cazzotti una chiesa troppo spesso intenta a salvaguardare le proprie rendite di posizione nel campo dell’educazione e troppo distratta per accorgersi di quanto futuro era rubato alla maggior parte dei ragazzi.
Verso Sud era la traduzione del meraviglioso “in piedi costruttori di pace” di Don Tonino Bello che con la forza della sua “poesia” ha recuperato alla società centinaia di giovani e meno giovani incontrati sul suo cammino.
Verso Sud è sempre andato Alex Zanotelli, dalle bidonville di Nairobi ai vicoli della Sanità di Napoli, sempre alla ricerca dei diseredati per far emergere i loro immensi tesori nascosti.
Verso Sud significa la silenziosa operosità di quanti nell’anonimato lavorano per l’accoglienza e l’integrazione e hanno un unico credo che è quello della solidarietà.
Verso Sud è la profonda convinzione di chi crede che la terra che occupiamo sia stata data in prestito dalle generazioni future e si ha il dovere di preservarla.
Verso Sud, infine, è il dovere di tutti gli uomini di buona volontà, chiamati a costruire la “Pacem in terris” coinvolgendosi e coinvolgendo più persone possibili in un cammino di speranza e condivisione.
Citando ancora Don Milani: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne da soli è l’avarizia, sortirne insieme è la POLITICA”.
Verso Sud.

UN NUOVO SENSO DEL DOVERE

marzo 8th, 2010  / Author: nino.dechirico

Treviso 8 Marzo 2010

RICOSTRUZIONE

Incollata sul frigo una frase copiata anni fa in una scuola di campagna:

“Questo paese non si salverà e la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se non nascerà un nuovo senso del dovere”.

Aldo Moro.

(Alla fonte … della verità. Ovvero … quel che ti è dato da mamma e papà …) (pensieri raccolti il 20/5/2000)

“Il disconoscimento della verità è sempre cosa pericolosa; noi abbiamo bisogno di verità, di conoscerci e di conoscere gli altri.

E, si noti, non le cose notevoli che altri fanno, quelle che sono passate e passeranno alla storia, ma le cose più minute più semplici, il patrimonio della cultura, della moralità, delle intuizioni della vita, gli aspetti caratteristici della mentalità, il senso del dolore e della gioia ed il modo tipico di reagire ad essi; quel che costituisce l’anima di un popolo ed è, spesso, giorno dopo giorno, nella vita quotidiana. Di queste cose minute ed essenziali noi dobbiamo arricchirci; questi sono gli strumenti della nostra educazione.

Si può esplicare attività modesta quanto si vuole, ma senza di essa la vita, nella sua complessità, non può essere; quella modesta attività si presenta nobilissima, come un fuoco nel quale insospettatamente si raccoglie tutta la luce della vita.”

Aldo Moro.

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Un nuovo senso del dovere. Si tratta, penso, soprattutto del dovere civico anche se, come si rileva dalle parole dello stesso Moro nel secondo pensiero riportato, non esiste reale discontinuità fra vita privata, familiare, e comportamento pubblico, se non si mente a se stessi, prima che agli altri.

Dovere civico, un nuovo senso del dovere. Forse rinnovato più che nuovo, un modo nuovo di partecipare alla vita pubblica, richiesto dalle novità del tempo.

Penso che l’attuale eclissi – non voglio parlare di perdita, di definitivo degrado – del senso del dovere sia cominciato in Italia subito dopo gli anni della ricostruzione e del primo sviluppo. Proprio, come denuncia Moro, con la stagione in cui sono apparsi i diritti e le libertà. Le rivendicazioni sono emerse ma i compiti che ponevano non sono stati sufficientemente riconosciuti ed affrontati. Gli interessi delle parti, la deriva ideologica delle diverse visioni del futuro, e la mancanza di coraggio di coloro che si ritrovavano in posizioni di guida, hanno condotto anche la popolazione più attenta alla vita sociale, ad una visione sostanzialmente edonistica dell’impegno civico, che ha condotto ben presto al rifugio nel privato (il cosiddetto riflusso). Edonistica almeno nel senso di pensare che l’impegno civico potesse essere limitato alla discussione, alla semplice presentazione di ragioni e poco altro. Le classi più colte si sono mostrate civicamente più incolte in proposito, e quelle incolte alla fine si sono trovare sole a sostenere la vita politica, finché è venuta loro a mancare ogni forma di racconto, di rappresentazione.

Il senso del dovere, là dove è rimasto vivo, si è rinchiuso nel privato. Nei rapporti familiari, nello studio, nel lavoro. Serio è rimasto il rispetto in casa, lo studio per affrontare il lavoro e permettersi il benessere, il rapporto di lavoro fondato sulla remunerazione: “ti pago e quindi devi servire al mio scopo”, “produco e quindi mi paghi”, il tutto lealmente e onestamente persino, nei casi migliori.

Che tutto ciò potesse essere sufficiente a produrre la città, la vita comune, era l’incongrua convinzione dei semplici, sostenuta in modo sottilmente implicito dal pensiero cattolico, che sperava in tal modo nel rapido oblio del pensiero marxista, e retoricamente dalla visione liberale riemergente, dilagata nel liberismo dopo “l’89”. Il pensiero marxista classico ha semplicemente avversato una tale posizione, senza prendere atto dei limiti della sua visione antropologica, prima ancora di quella politica, sebbene la sua critica al dilagare del liberismo sia stata più tempestiva e centrata dei profeti postumi emersi dopo l’attuale crisi del ”finanziarismo”. La sinistra riformista da questo punto di vista è di là da venire e, osservando il suo concreto operare, poco convinta di un suo effettivo futuro: distinguersi soltanto non è servito mai a nulla e nessuno. Il pensiero cattolico non ha ancora coscienza del ruolo civico che la situazione e i tempi esigono dalle sue ”potenzialità”, che restano ancora soltanto evocate. Anche per i cattolici il limitarsi alla mera distinzione – diciamo fra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio – ed al richiamo dottrinale non serve più delle distinzioni operate dalla sinistra riformista.

Quindi il nuovo senso del dovere (civico) non è nato. I semi di questa pianta sempre esile nella storia dei popoli ed in particolare nella nostra terra, sono andati dispersi, soprattutto dalla nostra generazione del dopo guerra, incapace ora di indicare il futuro che i nostri figli, coerentemente, neppure mettono in conto.

Questo è quanto. Farla meno critica e addolcirla con speranze retoricamente evocate serve solo ad incancrenire il degrado civico, al definitivo oblio della politica. Per affrontarlo è necessario prendere coscienza della necessità di una nuova ricostruzione. Più impegnativa per il pensiero e per i comportamenti di quella miracolosamente operata alla fine dell’ultima guerra, ormai smarrita se non addirittura persa, come mostrano i richiami sempre più frequenti, generici, interessati e, infine, retorici alla Costituzione.

Una ricostruzione è possibile  e resta il solo racconto serio, e quindi l’esercizio effettivo, della speranza, che forse non abbiamo ancora perduto.

Una sera all’opera. Maddalena

novembre 23rd, 2009  / Author: nino.dechirico

Treviso Domenica 22 Novembre 2009

LA MAMMA MORTA.

Ho passato l’altra sera, mentre mia moglie era alle prove del coro, ad ascoltare “La mamma morta”, dall’Andrea Chenier di Umberto Giordano[1]. Ho scoperto il brano grazie al film Philadelphia e poi, con “youtube”, l’ho ascoltato in un’infinità di versioni dopo che, con il testo a fronte, mi è parso di scoprirne il segreto.

Non è in scena solamente l’amore materno, anche se non possiamo mai partire che da un amore semplice. E non si tratta nemmeno dell’ineludibile dolore nel quale “a me venne l’amore”. Non la miseria, il mercato, il fango e il sangue sono il segreto. Il segreto della scena è nella voce (della mamma, morta). Nel nome, nella parola che, finalmente, viene detta, proferita quasi direttamente dall’anima. Non conosco l’opera di Giordano e nemmeno il suo valore ma questo brano isolato mi appare un piccolo assoluto, forse popolare, di cuore se vogliamo, ma (perché dico ma?) incancellabile.

Solo il nome.

“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus[2]“.

“La rosa fin dall’inizio esiste solo nel nome: noi possediamo soltanto nudi nomi”.

Possediamo semplici nomi, soltanto. Se non ricordo male il film “Il nome della rosa” si conclude con il giovane monaco che dice “dell’unico amore dalla mia vita non ho conosciuto nemmeno il nome”. E’ importante il nome, dare parola ai fatti, ai sensi, ai sentimenti. Ma poi, dicono, non resta altro che il nome. Poi, sottolineo.

Non possiamo affidare tutto al nome, fosse anche parola della rivelazione. Non alla bellezza, come si dice oggi a gran voce da tutti. Come dico anche io che non ho capito mai nulla dell’arte, e forse nemmeno della bellezza. La bellezza salverà il mondo. La bellezza è incancellabile, perché è all’inizio di ognuno di noi. Il bello è percezione del vero e del bene[3], senza la bellezza nessuna parola sarebbe mai detta.

Ma non possiamo affidare tutto al nome, altrimenti non ci resta che il nome.

La mamma, morta

Eppure l’altra sera ho ascoltato dieci volte “la mamma morta”. In quel canto appare forza del nome. La mamma è morta. Tutto intorno il dolore, la miseria, il mercato, il fango e il sangue. Ma la musica strappa la voce alle parole:

“Vivi ancora! Io son la vita!

Ne’ miei occhi e il tuo cielo!

Tu non sei sola!

Le lacrime tue io le raccolgo!

Io sto sul tuo cammino e ti sorreggo!

Sorridi e spera! Io son l’amore!

Tutto intorno e sangue e fango?

Io son divino! Io son l’oblio!

Io sono il dio che sovra il mondo

scendo da l’empireo, fa della terra

un ciel! Ah!

Io son l’amore, io son l’amor, l’amor”

La forza della scena sta in questo: chi parla, chi canta è la mamma, morta. In quel canto la figlia scompare. Il canto è quello della mamma, fatto “in prima persona”: è lei in scena, infine, anche se è la figlia che canta. In piena viva scena sebbene dichiaratamente, consapevolmente morta. Non è quindi in scena l’usurato vigore del sacrificio estremo né la speranza effettiva, che vige nella situazione che non lascia speranza. E’ in atto la voce estrema che strappa alla morte l’ultima parola. Quella di chi è già morto eppure chiama alla vita, sostiene la vita. Questo, ovviamente, non è possibile. MA. Quelle parole possono essere semplice rima da librettista e quella musica banale romanticheria, MA il canto, accorato, della mamma, morta, fa il miracolo! Il ”ricordo” ora è vivo. Il  “racconto” ormai è scritto e non si può cancellare. Il racconto dell’unico amore che “vediamo”: IL NOSTRO. Che non è mai soltanto ricevuto o soltanto dato. E’ sempre il “mio” e il “tuo”, inseparabilmente, persino confusamente, se vogliamo evitare le riduzioni dell’intelletto. Quel canto indistinto fa il miracolo di restituirgli il nome, quel nome che è da sempre dimenticato. E con il nome gli restituisce … la rosa.

L’AMORE, NOSTRO. ”Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandolo come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare”. NON È DI NOI CHE STA PARLANDO!


[1] La mamma morta m’hanno alla porta della stanza mia;

Moriva e mi salvava! poi a notte alta io con Bersi errava,

quando ad un tratto un livido bagliore guizza e rischiara innanzi a’ passi miei la cupa via!

Guardo! Bruciava il loco di mia culla! Cosi fui sola! E intorno il nulla!

Fame e miseria! Il bisogno, il periglio! Caddi malata, e Bersi, buona e pura,

di sua bellezza ha fatto un mercato, un contratto per me!

Porto sventura a chi bene mi vuole!

Fu in quel dolore che a me venne l’amor!

Voce piena d’armonia e dice:

“Vivi ancora! Io son la vita!

Ne’ miei occhi e il tuo cielo!

Tu non sei sola!

Le lacrime tue io le raccolgo!

Io sto sul tuo cammino e ti sorreggo!

Sorridi e spera! Io son l’amore!

Tutto intorno e sangue e fango?

Io son divino! Io son l’oblio!

Io sono il dio che sovra il mondo

scendo da l’empireo, fa della terra un ciel! Ah!

Io son l’amore, io son l’amor, l’amor”

[2] Da “Il nome della rosa” di Umberto Eco.

[3] “La nostra parola iniziale si chiama bellezza. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma la quale ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione, ma che, come maschera strappata al suo volto, mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibili agli uomini. Essa è la bellezza alla quale non osiamo più credere e di cui abbiamo fatto un’apparenza per potercene liberare a cuor leggero. Essa è la bellezza in fine che esige (come oggi è dimostrato) per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà, e la quale non si lascia ostracizzare e separare de queste due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa. Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare”. Hans Urs Von Balthasar. Gloria. Un’estetica teologica. La percezione della forma. Introduzione.

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Gli indirizzi per internet (è sempre lo stesso brano, e va ascoltato con il testo a fronte)
Philadelphia – Maria Callas