maggio 15th, 2012 / Author: nino.dechirico
La solitudine in cui ci relega il silenzio di Dio è insopportabile, soprattutto perché non v’è nulla che appaia più definitivo di questo silenzio. Ma la rinuncia definitiva alla compagnia di Dio a causa di questo silenzio non appare ancora l’unico atto responsabile e persino doveroso per chi intende porsi con coraggio e onestà di fronte all’apparire. La filosofa in se stessa, per essenza, non avrebbe necessità di decretare la solitudine dell’umano (cioè, brutalmente, non è necessitata ad essere “atea”) ma solo ha la necessità di smettere il dialogo con chi, per parte sua, oppone solo il suo silenzio.
Storicamente, cioè di fatto, la filosofia inizia con l’interruzione di un dialogo. Non si dà di fatto, cioè, un inizio della filosofia (o di un qualche altro eventuale sapere di pari comprensione e pretese, se così possiamo dire) che sia quello di una solitudine (assoluta) che prende coscienza e/o si rivela a se stessa. Non di certo questo avviene con la filosofia classica, in Grecia. Possiamo invece pensare che la filosofia moderna e più in generale l’intera modernità (europea) nasca con questo intento (per quanto segreto e/o inconsapevole all’inizio), si prefigga cioè non solo di rinunciare alla compagnia di Dio – a causa del suo silenzio e della insopportabile praticabilità del dialogo che ne consegue (mito, rito, preghiera, fede) – ma anche di escludere la sensatezza e/o la necessità di un tale dialogo. La ragione (Kant) – non senza una sinergia del soggetto (Cartesio) e/o della coscienza (Husserl, per fissare un nome) mai debitamente riconosciuta peraltro – di per sé non richiede più alcun dialogo, con niente e nessuno, è intrinsecamente monologica, non chiede di parlare che con se stessa.
La pagina “Passaggio alla filosofia” che riporto di seguito, è il modo in cui il teologo H.U. Von Balthasar propone quindi la bellezza quale inizio, in qualche modo assoluto, e non solo della filosofia.
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PASSAGGIO ALLA FILOSOFIA.
Il mondo del mito era fondamentalmente dialogico: dalla realtà divina personale una gloria irradia sull’uomo che osa interpretare in questa luce la sua esistenza nel tempo. Ogni fondazione artistica ha la sua origine in questo spazio. Il volto tragico dell’arte greca era nel fatto che il cuore umano doveva di continuo compiere sforzi sovrumani per poter comprendere anche le sue situazioni più estreme entro i termini di questa divina luce, anche quando la luce si rivelava come divina notte, fino a che, alla fine, la forza del cuore umano ebbe il sopravvento sula forza degli dei e il suo amore poté realmente comportarsi nel modo richiesto da Rilke (in cui l’uomo supera l’”angelo”): che l’amore raggio del cuore si effonda senza interlocutore nell’indefinita realtà e che qui ci si possa forse creare il Dio “che alla fine ci esaudisca[1]”.
Il mito si fondava sulla tradizione che doveva essere recepita nella fede e che in questo atto di fede giustificava la preghiera in quanto culto e rito. Non era possibile un divenire del mito mediante il sapere. Non esiste una “teologia fondamentale” del mito. Ma la domanda fino a dove arriva il mito non poteva essere repressa troppo a lungo. Il sapere è ciò mediante cui l’uomo ha n se stesso i criteri della verifica, nella sua propria ragione. L’impresa che nella sua indagine isola il raggio della sortita di questa ragione porta da Platone in poi il nome di filosofia. Il mondo della filosofia può agganciarsi senza soluzione di continuità al mondo del mito perché anche questa sortita verso il tutto dell’essere deve protendersi al di là dell’ente immediatamente dato, perché la ragione può intendere se stessa solo come movimento che trascende, e quest’atto del trascendere (oltre “il mondo umano”) trapassa salendo in un “mondo divino” (tale almeno in qualche suo senso). L’unica e sola questione di fondo di ogni filosofia resta la seguente: l’atto del trascendere ha già in sé l’oggetto trascendente è, in quanto atto, identico o no con il suo oggetto? La luce del trascendere è identica con l’irradiazione della trascendenza? In altri termini; la luce della ragione può comprendere in sé lo splendore e la gloria del mito?
Dapprima la risposta è in ogni caso negativa. La ragione che si interroga sull’essere come tutto è un atto “fonologico”. Dove comincia una filosofia storicamente afferrabile là si spezza di colpo l’atto dialogico della preghiera. Questa frattura segna la linea di demarcazione. Al posto del cuore che osa oltre se stesso interviene il sapere che si attiene a se stesso. Questa precisamente è la linea che nella storia dello spirito discrimina tra ciò che finora veniva designato come gloria e di cui l’arte arcaica e classica antica rende testimonianza, e ciò che in seguito, nell’età della filosofia (un “seguito” da concepire più in seguito effettivo-concreto che cronologico), sarà chiamato il bello. Questo possiede per così dire un confine superiore dalla parte del “glorioso”, che però essenzialmente non raggiunge, né potrebbe raggiungere: è l’”elevato” (Erhabene) che doveva avere un ruolo così importante al tempo di Kant e di Goethe. Quando per esempio Schiller utilizza per le sue opere i suoi materiali cattolici come dei miti a disposizione, ciò che a lui importa non è mai la loro specifica verità rivelata ma è l”elevata” auto interpretazione del cuore umano entro quello sfondo (“creduto” da questo cuore).
La ragione che vuole garantire se stessa mediante se stessa della forza portante della sua propria trascendenza verso l’essere, verso il mondo imperituro divino, deve quanto meno “mettere tra parentesi”, metodicamente sospendere l’atto di venerazione religiosa di Dio; la sua impresa assumerà perciò necessariamente per lo meno l’apparenza del titanismo, della scalata all’Olimpo con le proprie forze, “l’antica natura titanica si rivela un’altra volta, viene imitata (t¾n pal¦ian Titanik¾n fusin). (pagg. 147-148)
[…] Il mondo della filosofia entra in scena, si può sinteticamente dire, con tre nuovi temi che si collocano al posto del mito. Anzitutto una pretesa di totalità da parte del sapere. Questo può graduarsi analogicamente, ma non può rinunciare alla pretesa di concepire il tutto (comunque sia il modo) secondo una reciprocità di sfere, la divina e l’umana; quella prima contrapposizione di mondi quale era apparsa in Omero le era impraticabile, qualunque siano poi le conseguenze derivanti per l’essenza del theion, del divino. Il tema secondo è quello del cammino ascensionale, dell’innalzamento sopra l’aposteriori in una visione apriorica in cui il sapere filosofico stesso si attua; in Platone ricomparira come il tema dell’eros ascendente che si pone come tale formalmente al tema delle epifanie mitiche. Il terzo motivo che si intreccia ai primi due è quello dell’armonia o proporzione o della matematica (quantitativa-qualtativa) in senso onnicomprensivo; da questo filo conduttore si svolgerà in particolare il “bello” filosofico – unito al motivo dell’unità-totalità e dell’impulso dell’eros. Alla speculazione della “bellezza” è così assegnato un luogo concreto e storico che le fissa un apriori di confine che svolgendosi in modo diverso dai confini e dalle problematiche della “gloria” del mondo mitico. Questa parentesi sarà bene che venga assunta per implicita in tutto quello che seguirà. (pag. 155)
(Hans Urs Von Balthasar – Gloria – volume IV – Nello spazio della metafisica – L’antichità. Pagg. 147-148 e 155).
[1] A questo riguardo vedi il mio Apokalypse der deutschen Seele, 1939, vol. III, pp. 227-230, 253s.
aprile 24th, 2012 / Author: nino.dechirico
Treviso 24/4/2012
ALLA RADICE DEL RAPPORTO FRA MONETA E POLITICA.
Ovvero, come e cosa è necessario per capire la moneta.
Per spiegare le cose bisogna raccontarle in casa. E occorre prima arrivare a capire cosa fa problema a chi ascolta.
Una tale sensibilità manca alla classe dirigente occidentale, che non ha sufficiente coraggio e preparazione, ed è lasciata sola dall’ignavia dei sapienti.
RIASSUNTO
La moneta nasce serva. Guai se diventa padrona.
Senza la moneta non è possibile lo sviluppo economico di una comunità. Infatti lo sviluppo dipende dalle dimensioni dello scambio e la moneta è il fondamentale strumento per lo scambio. Un elevato scambio, notoriamente comporta una elevata utilizzazione delle potenzialità dei membri di una comunità e quindi lo sviluppo economico.
Lo sviluppo economico è qualificato dal fine a cui tende. Se la moneta nasce per realizzare lo sviluppo economico della comunità nessuno scopo assegnato allo sviluppo economico può essere coerentemente proposto se va contro il bene della comunità, il cosiddetto bene comune, sulla cui rappresentazione si distinguono le varie concezioni dell’uomo e della polis (civis, città). In modo meno generico si può convenire che nessuno scopo assegnato allo sviluppo economico può essere coerentemente proposto se va contro la “coesione sociale”.
Ogni scambio è finalizzato immediatamente all’interesse degli attori dello scambio e si concretizza nell’accumulazione di moneta da parte di ciascuno. Ogni attore è poi finalizza l’accumulazione realizzata (reddito e ricchezza) a scopi affatto diversi che, non dovrebbero per altro contrastare con il fine dello sviluppo economico scelto dalla comunità. La storia degli ultimi secoli può essere raccontata come la contrapposizione di due opposte “convinzioni”. La prima, che potremmo vedere come razionalista, ritiene che per perseguire lo sviluppo economico in modo ottimale, cioè il massimo compatibile con la finalità prescelta dalla comunità, sia possibile e anzi necessario un puntuale controllo centralizzato (pubblico, politico) sui singoli scopi (privati), in modo che gli scopi privati perseguano correttamente e con una stabilita continuità il fine pubblico o, almeno, non contrastino con esso. La seconda ritiene al contrario che allo stesso scopo sia necessario evitare ogni controllo pubblico sugli scopi privati e che sia addirittura necessario un controllo da parte di tecnici specialisti atto a proteggere l’opera dei privati dal controllo pubblico.
Estremizzate le due convinzioni portano prevedibilmente al soffocamento dell’iniziativa dei singoli a produrre la propria ricchezza e, di conseguenza ad uno scadente sviluppo, la prima, e al fallimento dello scopo comune dello sviluppo, la seconda.
La moneta è funzionale al desiderio di ricchezza dei singoli, che appare in tal modo l’imprescindibile motore naturale dello sviluppo. Quanto più è desiderata la ricchezza tanto maggiore sarà l’utilizzazione dello strumento moneta per ottenere ricchezza: lo sviluppo economico massimo sarà di conseguenza.
La nascita di una comunità precede la nascita di una moneta e la coesione sociale risulta essere il fine, non sempre debitamente riconosciuto dello sviluppo, e quindi dell’utilizzazione della moneta.
Arriviamo in tal modo di fronte ad una ambiguità degli effetti dello sviluppo sulla coesione sociale, almeno nel senso che può favorire la coesione sociale ma può anche condurre a forma di disgregazione o, almeno, di esclusione.
Possiamo quindi intravvedere come la moneta da serva possa divenire padrona[1] per mezzo del desiderio di ricchezza dei singoli. L’asserto di questa riflessione potrebbe essere il seguente: il modo di mantenere il servizio la moneta, di preservarne la strumentalità, che come visto è imprescindibile allo sviluppo, è quello di preservare la finalizzazione della moneta alla coesione sociale. L’uso dello strumento moneta deve essere misurato con la coesione sociale.
Una regolazione di conti, non la prima né, certo, l’ultima, fra Adam Smith e e Karl Marx e, non ultimo, J. M. Keynes.
Di seguito riporto a modo mio alcune scene, magari un po’ confuse, di questa lunga storia.
IL FINE DELLA MONETA.
La moneta è una delle più importanti e benefiche invenzioni dell’umanità.
La moneta infatti si è rivelata il più potente strumento per lo sviluppo degli scambi e per l’accumulazione di beni. Lo scambio è il principale strumento dello sviluppo economico di una comunità; l’accumulazione dei beni (risparmio) è il principale strumento per la concentrazione di beni già disponibili necessaria per realizzare opere e attività di ampie dimensioni “materiali” e “temporali”, non realizzabili con lo scambio (“a breve termine”).
Si badi bene. La moneta non deve essere considerata come una sorta di strumento naturale che ha la proprietà di favorire scambio, accumulazione e sviluppo – sebbene nasca inconsapevolmente per tali scopi “immediati” – ma deve essere considerata una istituzione della una comunità, che assegna ad essa un preciso scopo. Lo scopo della moneta è il “bene comune[2]” e, più immediatamente, la coesione sociale. Di fatto una moneta serve al suo scopo se sono verificate entrambe le seguenti condizioni:
- se favorisce lo scambio e l’accumulazione,
- se lo scambio e l’accumulazione conducono alla coesione sociale.
Mantenere la moneta fedele al suo scopo richiede attenzione e impegno proporzionati alla rilevanza degli effetti che l’uso di tale potente strumento comporta sulla vita della comunità. Dobbiamo tenere ben presente infatti che sebbene la moneta e la comunità non nascono insieme è molto facile che una comunità e la sua moneta periscano insieme.
Se quanto appena osservato è vero allora per una comunità è strettamente necessario curare che la sua moneta mantenga il suo valore di scambio – una moneta è riconosciuta come mezzo di scambio se mantiene il suo valore nel tempo – ed è strettamente necessario soprattutto adoperarsi affinché la moneta risponda puntualmente allo scopo principale appena precisato.
L’ACCUMULAZIONE.
Consideriamo adesso l’accumulazione della moneta. Sono infiniti i motivi e i meccanismi che portano all’accumulazione della moneta. Consideriamo in particolare quegli accumuli di moneta non finalizzati direttamente e immediatamente allo sviluppo e quindi al fine fondamentale della moneta Ogni accumulo di tal genere, chiunque sia il “titolare” dell’accumulo, è giustificato soltanto se in qualche modo riconducibile al fine fondamentale della moneta o, almeno, non risulti contrario al perseguimento di tale fine. Un tale accumulo può essere detto “privato” nel senso che l’onere di realizzarlo è assunto da un soggetto variamente motivato che non ha l’immediato compito di finalizzare tale accumulo allo scopo principale, istituzionale, della moneta. In questo senso anche un simile accumulo assume il carattere di “provvisorio”, cioè non immediatamente e direttamente finalizzato allo sviluppo della comunità.
Accade notoriamente che un tale tipo di accumulo di moneta, “paradossalmente” se vogliamo, risulti essere un potente strumento per lo sviluppo del ciclo economico della comunità che ha istituito la moneta, uno strumento irrinunciabile persino che deve essere quindi “auspicato” e “protetto”[3]. La ricchezza privata, in altri termini, non solo deve essere tollerata ma deve essere anche “riconosciuta”, sempre che risulti in qualche modo, “alla lunga” almeno, riconducibile al fine fondamentale della moneta. Si badi bene: qui non si tratta di giudicare i motivi e/o i diritti per i quali alcuni soggetti si adoperano all’accumulo di moneta ma solo di preservare il fine istituzionale della moneta stessa o, che è lo stesso, di provvedere che una parte della moneta non venga definitivamente sottratta alla sua funzione istituzionale. In considerazione della difficoltà per qualsiasi soggetto umano di perseguire l’accumulo di moneta al solo scopo di servire il fine istituzionale della moneta stessa, e che comunque una tale finalizzazione non avviene spontaneamente, è necessario dichiarare e provvedere positivamente che l’accumulazione privata mantenga il suo ruolo di strumento. E’ qui che nasce in radice il rapporto fra la politica e la moneta, da qui nasce il compito della politica nel controllo della moneta, e, infine della ricchezza.
Un tale compito misura la qualità della politica di una nazione, compito che non è quindi semplicemente tecnico: chi cura la moneta tiene in ordine la comunità, protegge il benessere ma anzitutto assicura la coesione della comunità, dà un imprescindibile contributo a tenere unita la comunità.
UNA DIGRESSIONE: LA SVALUTAZIONE.
Uno strumento utilizzato per far rientrare la moneta nel suo ruolo, in pratica continuamente alterato dal necessario accumulo della ricchezza privata, è quello della svalutazione[4]. Un tale provvedimento, che consiste nell’aumentare la quantità di carta-moneta in circolazione, equivale a ridurre il valore di quella parte di moneta accumulata che “tarda” a lasciarsi ricondurre al fine istituzionale della moneta. Se tale provvedimento viene fatto con coerenza e competenza, porta, d’altro canto, ad aumentare la moneta a disposizione di chi non ha potuto/saputo accumulare moneta nel periodo precedente e persino può essere stato escluso dal ciclo economico[5]. Perché tutto ciò avvenga correttamente è necessario che la comunità sia cosciente – o che lo divenga all’occasione – della finalità fondamentale della moneta e non si opponga quindi a che essa recuperi il suo ruolo. I titolari dell’accumulo saranno certo umanamente mal disposti ad una simile operazione, quanto maggiore è la moneta da essi accumulata, ma non dovranno certo imputare ad altri la causa della loro sofferenza, se non a coloro che non hanno tenuto in sufficiente considerazione ed adeguatamente difeso nel tempo la ragione d’essere principale della moneta.
LA GIUSTIZIA.
Un altro mattone per la comprensione: la giustizia. Giustizia e comunità sono una sola cosa. Per stare insieme, per essere una comunità, occorre ragione[6]. Tale ragione può essere inizialmente non dichiarata, non “scritta”, ma alla lunga occorre prendere consapevolezza di tale ragione e sceglierla con determinazione, specie quando giungono le cosiddette crisi. Occorre vedere in ogni crisi anzitutto l’esigenza di una riflessione ulteriore, più profonda e comprensiva, sulla ragione che tiene insieme una comunità; una crisi rivela che il livello attuale di comprensione, di consapevolezza e di condivisione della ragione che tiene insieme una comunità è insufficiente ad assicurare il controllo della complessità degli eventi, imprevisti e imprevedibili[7], che sollecitano la vita della comunità. Non dobbiamo mai dimenticare che la ragione che tiene insieme una comunità è ciò che la giustifica agli occhi dei singoli e della storia, è ciò che rende giustizia e consente il giusto operare delle istituzioni, è ciò che consente di operare con giustizia.
E’ proprio in questa accezione che la moneta deve essere considerata uno strumento di giustizia: l’uso della moneta cioè può e deve essere finalizzata ad approfondire “concettualmente” la giustificazione che la comunità deve dare di se stessa a se stessa. In questo consiste in profondo il controllo politico[8] della moneta. In questa direzione va ricercata la necessità di preservare la moneta dagli usi impropri o distorti ai quali è continuamente esposta.
UN PO’ DI STORIA.
E veniamo alla storia. Si ritiene che alcune monete forti abbiano consolidato quelle comunità nazionali che hanno fatto la storia occidentale e globale, quasi ad intendere che l’influenza esercitata da tali monete nel campo specifico dell’economia e della finanza, abbia avuto come ricaduta la potenza e il benessere delle nazioni. E da considerare attentamente l’asserto contrario: è stato il corretto e incisivo uso politico dello strumento “moneta”, che è quello di mantenere unita la comunità nazionale, a fare grande una moneta.
Consideriamo la seguente la lettura della storia di questi ultimi secoli. La nazione[9] era il fine, ed al perseguimento di tale il fine è stato adoperato (anche) il potentissimo mezzo della moneta – comprendiamo bene la quantità di precisazione una questione di tal genere ha sempre richiesto, da che mondo è mondo, da che uomo è uomo[10]. Il XX secolo non è certo stato il tempo delle isole felici, cioè il tempo in cui le nazioni hanno perseguito esclusivamente e coerentemente il loro sviluppo interno. Ma in ogni caso possiamo pensare che le nazioni abbiano usato la moneta come mezzo per lo sviluppo degli scambi interni, per lo sviluppo della struttura tecnica e sociale e, soprattutto, per dare giustizia da se stesse a se stesse. Tutto questo, se vogliamo, in modo affatto diverso da nazione a nazione e in modo mai sufficientemente consapevole e convinto, anche nelle nazioni che maggiormente hanno curato la loro identità e grandezza.
Nessuna epoca può essere considerata ordinata e felice, e meno ancora il XX secolo, ma non dobbiamo per questo motivo ignorare che per quasi tutto il XX secolo è stata ancora la cura che ogni nazione ha riservato per la propria coesione a consentire il controllo delle relazioni fra i popoli e persino a produrre un certo grado di ordine globale, malgrado le devastazioni estreme rappresentate dalle due guerre mondiali e le contraddizioni esplose dopo la fine della seconda. E non dobbiamo ignorare tutto questo proprio allo scopo affrontare correttamente l’attuale crisi mondiale, crisi che appare sicuramente connessa al venir meno delle funzioni che la “struttura” nazione ha avuto ancora per gran parte del XX secolo, funzione che a partire dall’89 (tanto per fissare simbolicamente una data) è stata radicalmente misconosciuta. La nazione, cioè quella comunità che ha perseguito coerentemente l’uso dello strumento moneta per mantenere la propria coesione (e identità), ha perso ruolo e riconoscimento.
LA GLOBALIZZAZIONE.
Oggi invece impera la cosiddetta globalizzazione. Siamo cioè alla fine, anzi oltre, quell’ordine che la struttura nazione aveva consentito a livello globale anche se, come già accennato, un tale ordine non è mai stato perseguito organicamente. Le grandi nazioni hanno da sempre condizionato la vita di tutti i popoli ma il loro operare non è mai stato sufficientemente rappresentato e dichiarato come un esplicito intento a produrre un ordine mondiale. Accade ora qualcosa di molto strano: questo problema sembra di colpo appartenere al passato, sembra non essere un problema o, almeno, sembra non debba essere un compito. Non si nega esplicitamente che un ordine sia necessario al mondo ma sicuramente nessuno pensa, o almeno nessuno afferma con convinzione, che un tale ordine possa essere connesso e meno ancora fondato sull’ordine che tiene (o ha tenuto finora) insieme ogni nazione in se stessa: la globalizzazione, ovvero l’inevitabile. Negli ultimi mesi, per la verità, i profeti dell’ineluttabilità della globalizzazione, qualsiasi cosa intendessero per essa teorici competenti, politici influenti ed efficienti nonché i tromboni e tromboncini[11], appaiono meno rumorosi e convinti. Cominciano le analisi a scoppio ritardato, scarseggiano le diagnosi, non appaiono per niente le terapie, anche se i più impuniti ripropongono la profezia, inconsapevolmente o in malafede, magari con un po’ di cenere sul capo.
Vediamo allora di dire positivamente qualcosa sulla globalizzazione.
Premesso che la convivenza “spontanea” delle isole nazionali non appare più perpetrabile per mezzo delle guerre mondiali, causa della bomba atomica per dirla brutalmente, e nemmeno appare conseguibile mediante l’esportazione delle battaglie armate nelle nazioni con strutture politiche inconsistenti e inefficienti, almeno per le due seguenti ragioni:
- la difficoltà pratica e culturale di approvvigionamento delle risorse energetiche e minerali, che sono dotazione naturale di nazioni politicamente incolte,
- la difficoltà di contenere le popolazioni delle nazioni politicamente incolte all’interno del loro perimetro geografico[12],
e premesso soprattutto che la struttura nazione non appare più proponibile alla cura dell’ordine internazionale, almeno nel senso che l’uso della moneta come strumento per lo sviluppo degli scambi interni alle comunità nazionale non è ritenuto adatto ad assicurare lo sviluppo delle stesse nazioni singolarmente considerate, non resta che una unica soluzione, che dall’89 ha assunto un vigore e rigore assoluto:
“LASCIAMO FARE”!
In positivo la globalizzazione consiste quindi nel non proporre nulla con determinazione o, che è lo stesso, nel non determinare nulla. Tutto ciò non è stato mai detto con sufficiente onestà intellettuale. In tale risposta resta per contro comunque sottinteso quanto segue:
la politica di ogni nazione viene pesantemente esautorata anche all’interno della nazione stessa;
la politica di ogni nazione non può più utilizzare lo strumento moneta per mantenere la coesione interna alle nazioni e la coesine delle nazioni non è necessaria alla cura dell’ordine globale – fondamentalmente perché un tale ordine non è nemmeno “concettualmente” previso.
Il compito di rendere ragione, giustificazione, “giustizia” e “governo” al globo appare sostanzialmente “caduto nella dimenticanza”, con la complicità di un pensiero che vede un tale compito legato al dogmatismo, all’ideologia, al fanatismo, all’oppressione in radice di ogni modernità e libertà, di pensiero e politica. Tale compito in tal modo viene subdolamente e, al tempo stesso, profeticamente assegnato all’uso “naturale” (cioè non controllato politicamente) della moneta (e della finanza).
PROPOSTA.
Cosa invece si dovrebbe e potrebbe fare, con modestia, umiltà e onestà? In linea di principio tutto il contrario: non si deve permettere che le politica abdichi al livello nazionale, non si deve permettere cioè che si rinunci a rendere ragione dello stare insieme a livello nazionale. Convinti che possa essere questa la base per pensare ad una sostenibile convivenza globale e quindi una positiva, positivamente e oggettivamente intesa globalizzazione. Per questo occorre lo sforzo di stare insieme davvero, cominciando ad andare oltre le semplici e ormai banali dichiarazioni retoriche, oltre le organizzazioni internazionali sterilizzate da anacronistici veti, oltre le organizzazioni militari e commerciali. Occorre innanzi tutto tornare a credere. Credere che sia possibile e non, pragmaticamente, che sia solo necessario.
L’EUROPA O, MEGLIO, IL CASO EUROPA
Cito un caso negativo ma solo per prospettare una possibilità reale, per quanto ardua possa. Si è realizzata l’unificazione della moneta europea senza iniziare e/o prevedere una qualche forma di unificazione politica degli stati membri, quindi con il presupposto inconfessato che la moneta (unica) mai sarebbe diventato strumento della politica[13] (europea) ma solo uno strumento favorevole al “mercato”. Un tale caso sta mostrando proprio nei giorni che stiamo vivendo l’imprescindibilità che l’Europa si convinca a divenire una “nazione”, nel senso più volte indicato, e cioè di divenire una comunità che usa la moneta innanzi tutto al fine della coesione fra gli stati attualmente membri. Il che dovrebbe iniziare semplicemente e modestamente con una convinta e incisiva promozione degli scambi interni (a ciascuno stato membro e alla comunità) finalizzata, ripeto, alla coesione (interna ai singoli stati e fra gli stati membri). L’azione della Commissione europea, come noto, pressata dalle nazioni più potenti poco interessate alla coesione comunitaria, rassegnate a delegare la politica intercontinentale al sistema finanziario della al sistema finanziario, e fiduciose di mantenere comunque la coesione al proprio interno, faticosamente conservata malgrado le sollecitazioni della globalizzazione della finanza, hanno invece sta imponendo ai paesi membri che si trovano in difficoltà finanziaria a causa della scadente azione politica (incapace in particolare di utilizzare la moneta ai fini della coesione interna) di divenire innanzi tutto “macchine per attrarre i capitali degli investitori istituzionali”. Azione quest’ultima forse necessaria, poiché non è certo possibile fermare una valanga quando sta per travolgerti, ma nessuno appare prospettare invece il recupero dello strumento moneta strettamente al fine della coesione comunitaria[14].
PER CONCLUDERE.
E’ molto più difficile prevedere l’unione politica in Europa che in altri continenti poiché, in definitiva, in Europa è difficile trovare una ragione per stare insieme sufficientemente forte da far abbandonare a ciascuno dei paesi membri la ragione per starsene per proprio conto. I paesi europei hanno molta storia alle spalle. Sono accomunati forse soltanto da un riferimento esclusivo e a volte esasperato alla modernità filosofica che non ha gioca a favore dell’Europa Unita – questa è la mia convinzione – e continuerà ad essere un forte ostacolo non solo alla coesione europea ma anche alla coesione delle singole comunità nazionali. Ma di questo parleremo un’altra volta…
Più facilmente un aiuto ci verrà forse da Paesi più incolti o dai Paesi di cultura molto diversa dalla nostra, sempre che tali paesi sapranno emanciparsi dall’influenza ormai profonda operata in passato dell’Occidente stesso (penso al colonialismo, alla scienza, all’economia, alla finanza e non ultimo alla stessa cultura). Gli Stati Uniti, che sono una via di mezzo fra l’Europa e i Paesi altri stanno tentando qualcosa in proposito ma non riscuotono sufficiente attenzione e fiducia in tal senso dall’Europa politica e né da dal Vaticano o dalle Conferenze Episcopali Europee, che pur responsabilmente collaborare ad una operazione culturale di tali proporzioni.
[1] Qui nessun diretto intendimento morale o religioso. Qui non entra in discussione il fatto che il denaro o la ricchezza siano il “mammona” che l’uomo si ritrova a servire in alternativa a Dio o alla virtù ma solo il fatto che la coesione sociale appare un fine per la moneta, un fine che non solo è degno ma è persino necessario: se la moneta non cura la coesione sociale la comunità muore e la ricchezza diventa come una casa d’oro in una squallida periferia.
[2] La nozione di bene comune è complessa e controversa. Qui lo intendiamo sbrigativamente come quel bene che privilegia il bene della comunità considerata nel suo insieme e, che al tempo stesso, non prevarica la persona.
[3] E’ questa la “scoperta” di Adam Smith, che non morirà mai. Allearsi con il “mammona” dell’umano garantisce il successo delle proprie teorie ma non è detto che tale alleanza comporti in ogni modo il bene di una comunità.
[4] Non abbiamo una visione sacrale della comunità ma non per questo non dobbiamo avere una visione della comunità. Gli ebrei per altro conoscevano bene l’importanza della ricchezza e i suoi meccanismi di accumulo, ed avevano un provvedimento per porre rimedio alle distorsioni che la destinazione “stabilita da Dio” della ricchezza poteva subire: il giubileo, di cui si parla diffusamente nel Levitivo, in particolare al capitolo 25 dal quale traggo alcuni versetti.
“10Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia.” – “13In quest’anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo. 14Quando vendete qualche cosa al vostro prossimo o quando acquistate qualche cosa dal vostro prossimo, nessuno faccia torto al fratello. 15Regolerai l’acquisto che farai dal tuo prossimo in base al numero degli anni trascorsi dopo l’ultimo giubileo: egli venderà a te in base agli anni di rendita. 16Quanti più anni resteranno, tanto più aumenterai il prezzo; quanto minore sarà il tempo, tanto più ribasserai il prezzo; perché egli ti vende la somma dei raccolti. 17Nessuno di voi danneggi il fratello, ma temete il vostro Dio, poiché io sono il Signore vostro Dio.” – “23Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini. 24Perciò, in tutto il paese che avrete in possesso, concederete il diritto di riscatto per quanto riguarda il suolo. 25Se il tuo fratello, divenuto povero, vende una parte della sua proprietà, colui che ha il diritto di riscatto, cioè il suo parente più stretto, verrà e riscatterà ciò che il fratello ha venduto.” – “39Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non farlo lavorare come schiavo; 40sia presso di te come un bracciante, come un inquilino. Ti servirà fino all’anno del giubileo; 41allora se ne andrà da te insieme con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri.” – “47Se un forestiero stabilito presso di te diventa ricco e il tuo fratello si grava di debiti con lui e si vende al forestiero stabilito presso di te o a qualcuno della sua famiglia, 48dopo che si è venduto, ha il diritto di riscatto; lo potrà riscattare uno dei suoi fratelli 49o suo zio o il figlio di suo zio; lo potrà riscattare uno dei parenti dello stesso suo sangue o, se ha i mezzi di farlo, potrà riscattarsi da sé.”
[5] La crisi partita nel 2008 vede accumunati lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi e imprenditori, specie quelli “piccoli” ma non soltanto questi, in questa zona di esclusione dall’accumulo e persino di esclusione, anche se con diverse conseguenze e responsabilità. Come arrivare a capire che tutto dipende dal fatto che lo strumento moneta è stato distratto quasi totalmente dal suo fine, soprattutto come arrivare ad ammetterlo dato il poco coraggio e la scarsa competenza di tutti gli attori?
[6] Di solito questa ragione è riportata nella “Costituzione”, nella quale, in qualche modo, la comunità trova una sua rappresentazione (condivisa, riconosciuta).
[7] Nessuna “intenzione”, ragione, rappresentazione finora è stata capace di scrivere a sufficienza la storia prima che la storia sia stata scritta, con buona pace di tutte le filosofie della storia.
[8] Se il fallimento delle economie totalmente programmate è stato decretato dalla gran parte degli “storici” dell’89, anno del “crollo del muro di Berlino, i conti con il “laissez faire”, cioè con la visione che predica l’impossibilità di controllare l’economia, e addirittura vieta di farlo per il bene della comunità, nessuno ha intenzione di farli, forse nell’inconsapevole convinzione dell’incapacità di porre rimedio alla situazione in cui una tale visione ha portato l’intero globo.
[9] Uso il termine nazione non solo perché adoperato da Adam Smith ma perché nazione fa riferimento almeno implicito ad una ragione profonda di stare insieme nella comunità (nazionale). Non intendo concedere nulla ai nazionalismi e nulla togliere alla nozione di stato che in questa occasione però mi appare meno significativa.
[10] Nessuna concessione pregiudiziale alle economie programmate, al comunismo, alle teorie di Marx e Keynes in questa mia approssimativa e rozza concezione della moneta, così come al tempo stesso non intendo concedere nulla alle scontate universalizzazioni dei monetarismi e, in generale all’incontrollato e “incontrollabile” uso della moneta.
[11] Che gran fatica faccio a tacere i nomi di quelli italiani!!!
[12] Ho usato appositamente e me ne scuso un linguaggio strettamente “tecnico” e soprattutto volutamente odioso, ma ciò nel tentativo di mantenere la mia argomentazione a livello generale, livello da non prescindere se si vuole capire quello che avviene di fatto e che viene poi mille volte coniugato nella specificità di ogni nazione.
[13] La prova di quanto dico si tocca con mano in questi ultimi mesi. L’Europa non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi di svalutare la sua moneta allo scopo di ristabilire il suo ruolo di strumento dello sviluppo del ciclo economico interno. Capisco che da una simile operazione nella complessità del sistema finanziario attuale potrebbero risultare anche effetti negativi e pericolosi, e che devono quindi essere fatte con estrema competenza e responsabilità, ma è anche vero che non metterle nemmeno in discussione rivela la decisione o almeno la rassegnazione a cedere la moneta ai mercati finanziari – e cioè all’accumulo della ricchezza privata – e sottrarla al suo fine principale.
[14] E vero che si parla tanto, e sempre con maggiore insistenza, di passare rapidamente ad azioni concordate per la crescita e lo sviluppo ma attualmente non si hanno che appelli generici, fatti da quasi tutte le voci, comprese quelle di coloro che dovrebbero rispondere all’appello. Peraltro nessuno prospetta di rimettere seriamente in discussione l’attuale (incontenibile!?) vento della globalizzazione.
marzo 15th, 2012 / Author: nino.dechirico
Treviso15/3/2012
L’UOMO E LA RICCHEZZA.
Una paginetta scontata ma utile nei tempi in cui alla ricchezza è chiesto, più forte che mai, di salvare la storia umana.
Solo i ricchi possono produrre la ricchezza. Ma i ricchi non possono privarsi della ricchezza.
Sta qui in radice il fallimento di ogni teoria economica alla quale è chiesto non solo di arricchire i ricchi ma anche i popoli. Ed anche, per contro, il fallimento di quelle teorie che vogliono sfamare i popoli, portare al superamento del mero regime di sopravvivenza e realizzare giustizia sociale facendo a meno dei ricchi, di coloro che vogliono arricchirsi. Anche “fondare una repubblica sul lavoro” è impossibile, se si vuole fare a meno di coloro che amano arricchirsi, così come è impossibile – e lo stiamo vedendo – realizzare la giustizia sociale lasciando mano libera ai ricchi: il lavoro, il duro lavoro, non c’è per tutti se affidiamo ad esso il compito di realizzare la giustizia. Alla radice della Repubblica italiana, per il vero, non c’erano soltanto coloro che credevano nella ricchezza o, come si usa dire, nel benessere, ma lo abbiamo dimenticato. O, meglio, non abbiamo la competenza, prima ancora che il coraggio di dare nome a quelle “cose” – mi guardo bene ad usare termini come valori, idee, principi e meno ancora partiti! – che portarono a quel mirabile articolo. Da dove ricominciare? Io parto da molto lontano, senza pretesa per questo di fare un sufficiente tratto del cammino necessario.
“Anche un viaggio lungo mille miglia comincia con un passo solo”.
“Questo mondo non sarà mai troppo piccolo per i bisogni di tutti e mai troppo grande per l’egoismo di pochi”
Partiamo.
Quando vediamo nell’uomo meno che di un mistero possiamo star sicuri che gran parte dell’uomo ci sfugge. Perdiamo non solo molto più ma persino l’essenziale, cosa che invece il mistero, paradossalmente rivela.
La Bibbia parla da subito dell’uomo mistero a se stesso, e poi fino alla fine. Per quanto riguarda il rapporto con la ricchezza le pagine sono infinite. Richiamo qui soltanto le righe che illuminano meglio, secondo il mio sentire e vedere, le frasi che ho scritto all’inizio.
Matteo 6, 24 – Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona.
Luca 16, 13 – Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona”.
L’uomo appare esposto alla ricchezza, che si presenta come un padrone e, come ogni padrone, alternativo a Dio.
La demonizzazione della ricchezza (mammona, e poi dei ricchi), non deve essere immediata. Non appartiene cioè all’essenza della ricchezza, l’essere demonio (ciò che divide, il contrario del simbolo che unisce) ma appare legata al fatto che la ricchezza impone all’uomo una signoria che lo separa da Dio; e precisamente da quel Dio che non vuole servi ma figli. Fermarsi a considerare la natura della ricchezza e dei ricchi senza voler prendere in considerazione il fatto che la ricchezza si pone per l’uomo come alternativa a Dio e poi separazione da Dio significa alla fine capire poco della ricchezza e, quel che più importa capire poco dell’uomo.
E speriamo non basti che tali cose siano dette dalla Bibbia per privarci della loro verità. Rischiamo il paradosso: nessuno può usare la ricchezza per convertire al Vangelo, ma nemmeno si può usare il Vangelo come scusa per non capire l’uomo.
Più modestamente diciamo che il vangelo conosce bene l’uomo. E sa bene cosa sia la ricchezza dell’uomo.
Matteo 19, 16 – Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?”. 17Egli rispose: “Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”. 18Ed egli chiese: “Quali?”. Gesù rispose “ Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, 19 onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso”. 20Il giovane gli disse: “Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?”. 21Gli disse Gesù: “Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”. 22Udito questo, il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze.23Gesù allora disse ai suoi discepoli: “In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. 24Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”. 25A queste parole i discepoli rimasero costernati e chiesero: “Chi si potrà dunque salvare?”. 26E Gesù, fissando su di loro lo sguardo, disse: “Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile”.
Poi il Vangelo pone anche una strana alternativa, la “beatitudine inutile”:
Matteo 5, 3 – “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Luca 6, 20 – “Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
E, quando infine vuole “infierire” conclude:
Luca 10, 23 – E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. 24Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono”.
Concludo anche io, per quel che è possibile. Regolare i rapporti con la ricchezza è la battaglia dell’uomo con se stesso, la sua ineludibile fatica, tanto più grande quanto più la ricchezza di cui si tratta si allontana della materia e si avvicina alla carne prima e allo spirito infine. Fa parte della “buona battaglia” di conservare la fede. La vicenda del giovane ricco è un’icona insuperabile dell’umano, una drammatizzazione perfetta. Vicenda che fa parte di quella zona del Vangelo che Matteo dedica all’unica novità assoluta per l’umano: “il regno di Dio”. Quel regno di Dio che, con Cristo, “si è fatto vicino”, “prossimo” all’uomo. Se non è prossimo non è Dio[1], ma se è prossimo non vi sono più ragioni per servire mammona.
Non è così semplice regolare i conti con la ricchezza. Lasciare la politica da sola ad assolvere un tale compito può togliere alla politica stessa la possibilità di servire l’uomo. Lasciare che sia in solitudine la scienza economica ad assolvere questo compito, e poi agli economisti il compito di rappresentare l’umano, può arrivare a togliere la possibilità di considerare l’uomo.
[1] Il teologo Sequeri nel suo intervento “La prossimità di Gesù e i limiti del sacro”, al Convegno CEI 2012 “Gesù nostro contemporaneo”, ha introdotto questo “teorema della prossimità”: “se non è prossimo non è Dio”; e il “corollario”: “se è prossimo non è possibile sfuggire al giudizio”; non può l’uomo sottrarsi a giudicare Chi si è fatto prossimo a lui – “e voi chi dite che Io sia?”, così come non mancherà Gesù di giudicare l’uomo a cui si è approssimato. Prossimità e giudizio, con la Parola Ultima di Dio, stanno insieme. Niente di terribile o minaccioso. Stanno insieme!
marzo 3rd, 2012 / Author: nino.dechirico
Treviso 3/3/2012
“Au commencement du roman proustien il y a donc un instant qui n’est précedé par aucun autre, un instant premier, comme chez Descartes ou Condillac, comme chez Valéry. Mais si cet instant premier est de “simplicité premiere”, s’il est premier parce qu’il va devenir le point initial de l’immense développement qui s’ensuit, ce n’est pas vers ce “devenir” qu’il se trouve orienté, c’est vers le rien qui le précède.”
(George POULET[1], L’espace proustien, Paris, 1963.)
“All’inizio del romanzo proustiano vi è dunque un istante che non è preceduto da nessun altro, un istante primo, come per Cartesio o Condillac, come per Valery. Ma se questo istante primo è di “semplicità prima”, se esso è primo perché viene ad essere il punto iniziale dell’immenso sviluppo che ne consegue, non è verso questo divenire che esso si trova orientato, ma verso il niente che lo precede.”
“Ma verso il niente che lo precede”. L’artista può parlare di ciò che precede l’inizio come di un niente e, come dice Poulet, procedere tranquillamente verso questo niente per tutta la sua opera. Un tale lusso non è concesso a lungo al filosofo[2] che deve prima o poi identificare e perseguire il niente come tale, sforzandosi di ridurre effettivamente a niente tutto ciò che precede l’inizio, oppure deve arrivare ad identificare ciò che precede l’inizio o, almeno, dire qualcosa di più a suo riguardo.
La differenza fra l’artista e il filosofo? Se il niente che precede l’inizio è il nulla allora l’artista è solo un sognatore puro o, meglio, cavalca un puro sogno, mentre il filosofo abbandona il sogno, la visione, e inizia un altro cammino.
Ma se il niente non è il nulla allora la differenza fra i due soggetti si assottiglia. Entrambi partono da un’evidenza, che oggi viene riconosciuta come imprescindibilmente “simbolica”. Solo che al filosofo non è concesso a lungo di lasciare inconfessata l’evidenza in quanto tale: il filosofo non può negare di aver visto né fingerlo alla lunga ma deve, prima o poi dire qualcosa in merito. Deve dire di vedere e se non ha modo di dire cosa ha visto, se non ha modo di oggettivare quanto ha visto (o, più esattamente, di concettualizzare quanto ha visto) deve almeno “dire la verità“ di quell’oggetto. In altri termini il filosofo deve riconoscere che ha evidenza di ciò che ha visto, che ne ha “evidenza, sebbene tale evidenza sia irriducibilmente simbolica”. Che significa? Il filosofo deve riconoscere ed ammettere di sapere: noi sappiamo! Ma cosa sappiamo se di ciò che abbiamo visto abbiamo soltanto un segno? Noi sappiamo della sua verità, della verità del segno! Non conosciamo la sua verità ma sappiamo della sua verità, cioè sappiamo che la sua verità “esiste”, non è un sogno, una illusione, un noùmeno. La verità del segno: il significato. Signum-signatum.
In questo modo il filosofo intraprende un cammino che, stando a quanto egli dice di se stesso – paradossalmente con sempre minore certezza nei secoli – dovrebbe comunque essere diretto verso ciò che “ama”: la sapienza. Verso la sapienza o, se vogliamo confessarne il nome, verso la verità. Nome ormai troppo rischioso e sospetto, almeno perché di per sé si pone per “definizione” come punto di arrivo di un cammino, di ogni cammino e, al tempo stesso segna irrimediabilmente l’inizio di ogni cammino. La sapienza o più ancora la verità appare cioè sospetta poiché appare posta alle spalle di un inizio, di ogni inizio e, in tal modo, sembra sconfessare l’inizio in quanto tale, almeno per il filosofo e, più in generale per l’uomo di scienza. Ma – questa è la tesi – la radicale e irriducibile simbolicità dell’evidenza originaria, cioè dell’evidenza che segna ogni inizio non sconfessa l’inizio. Il filosofo può salvare l’inizio se arriva a riconoscere di essere anticipato e soprattutto se riesce a giustifica la imprescindibilità di tale anticipazione: l’inizio è tale se inizia il filosofo, l’uomo in generale, l’artista in modo eminente. E, a scanso di equivoci, la pretesa qui è di essere ancora in filosofia, un passo in qua dalla teologia e dalla fede.
[1] Georges Poulet è nato a Chê né e [Liegi, Belgique] nel 1902. Docente universitario a Edimburgo, Baltimora, Zurigo, ha dedicato la sua attività di ricerca a una definizione della pratica letteraria come tentativo di presa di possesso della realtà, individuando nelle categorie di tempo e di spazio il terreno fondamentale dell’analisi critica delle poetiche. Nei suoi “Studi sul tempo umano” (Etudes sur le temps humain, 1950-1964) ha preso in esame gli scrittori più significativi della tradizione letteraria francese, da Montaigne a Valéry, con l’obiettivo di definirne la «distanza» dalla realtà oggettiva. Ne “Le metamorfosi del cerchio” (Les métamorphoses du cercle, 1961) ha indagato lo schema del circolo, inteso come figurazione simbolica dello spazio di percezione del reale da parte dell’uomo che si trova nel suo centro e rilevando i vari modi in cui i diversi scrittori «restituiscono» lo spazio. Su questa linea è anche “Lo spazio proustiano” (L’espace proustien, 1963). Tra le sue altre opere: “Tre saggi di mitologia romanticista” (Trois essais de mythologie romantique, 1966), e “Misura dell’istante” (Mesure de l’instant, 1968).
[2] Qui forse Heidegger ha trovato qualcosa da ridire.
marzo 3rd, 2012 / Author: nino.dechirico
1/3/2012
LA RIFORMA DI MARIO MONTI.
Il re e il mercante sono due figure antiche e pressoché universali dell’umano, non solo in occidente. Il problema economico nel tempo ha subito una continua “diffusione”: sempre meno il re e sempre più il mercante è divenuto la causa principale del benessere del popolo[1]. In occidente, una dozzina di secoli dopo Cristo, il mercante ha cominciato ad oscurare ruolo economico del re fino a renderlo secondario dal 18° secolo e decisamente nullo dalla fine del 20° secolo. Storia in pillole, con tutte le imprecisioni e approssimazioni del caso.
Il problema economico non è il problema primo per l’uomo, almeno per quello occidentale[2], ma il primato sociale raggiunto dal mercante negli ultimi secoli ha condizionato sensibilmente la visione dell’uomo, anche se non è stato mai sostenuto a sufficienza dall’antropologia filosofica[3] e dalle principali costituzioni né è riconosciuto a sufficienza nelle principali istituzioni nazionali. Da più parti, con crescente insistenza e da posizioni autorevoli, è chiesto all’uomo stesso, almeno in quanto cittadino del suo paese e cittadino del mondo, di essere “mercante”. Lo sviluppo economico è maggiore ed è più rapido se l’uomo pone al primo posto il problema economico[4]. E’ quindi necessario che l’uomo si qualifichi rispetto a tale ineludibile “legge”. Se questo sia un bene o un male, se porti alla verità o alla menzogna dell’umano non viene discusso: bisogna solo scegliere o meno lo sviluppo economico e in tal modo qualificarsi, decidere di se stessi: tutto il resto viene dopo o, almeno, non deve essere di mettere a rischio l’iniziale determinazione. Fine della prima puntata.
Di fatto il primato del problema economico è stato universalmente assunto, pragmaticamente, lasciando nell’ombra ogni altro sapere dell’uomo sull’uomo, ai margini della società, della politica, della storia e della vita[5]. E’ questa la ragione per la quale in questa nota voglio porre chiaramente a tema una conseguenza di tale assunzione, in modo che possa essere dichiarata esplicitamente e tolta quindi da quella zona d’ombra nella quale viene spesso dimenticata, se non di proposito nascosta. Di più, considero la tematizzazione esplicita di tale conseguenza parte considerevole dei principale problema politico – e poi economico – del mondo e ineludibile premessa per la sua soluzione.
Questa la domanda: una simile assunzione, sebbene accresca al meglio lo sviluppo economico e la rapida diffusione dello stesso sviluppo economico, risolve il problema economico per l’uomo, vale a dire per tutti? Lo risolve almeno in una realistica prospettiva, al fine di evitare ogni deriva verso l’utopia e l’ideologia? Oppure tale assunzione costituisce solo una soluzione ottimale del problema economico e comporta quindi irrimediabilmente una esclusione sociale dallo sviluppo e dal benessere che ne consegue? (e risulti quindi in definitiva una mancata soluzione dello stesso problema economico, anche se il “fallimento minore”, quindi il “male minore” persino).
Una necessaria precisazione. L’esclusione sociale di cui parlo va intesa in questo caso in senso strutturale, e cioè che si tratti di una esclusione definitiva: l’assunzione cioè comporta una fascia sociale di esclusi, non rigida e statica se vogliamo ma comunque non eliminabile con azioni positive intraprese “all’interno” dell’assunzione medesima. Infatti se ciò avvenisse vorrebbe dire che l’esclusione di fatto non si produce, contrariamente a quanto ipotizzato. In altri termini occorre che si dica esplicitamente, onestamente e con la dovuta competenza che una simile assunzione non produce esclusione – o, più realisticamente, che è in grado di recuperare l’esclusione in tempi brevi, brevi rispetto alla durata di una generazione. Oppure che si ammetta che l’esclusione è un effetto ineludibile di una tale assunzione, per quanto indesiderato possa essere. Amen.
Ripeto. Non discuto che una simile assunzione sia la migliore ma voglio che si ammetta o si escluda esplicitamente l’ineludibilità di questa sua conseguenza[6]. Se ho posto male il problema o se addirittura quanto argomentato non è un problema vorrei allora che si conoscesse, a livello diffuso, una giusta e sufficientemente condivisa (“culturale” quindi) posizione del problema. O che si mostrino almeno le ragioni per le quali al momento vi siano grandi zone di esclusione sociale anche nei paesi più ricchi e sviluppati e come non se ne possa prevedere ragionevolmente l’eliminazione in tempi accettabili[7]. In massima sintesi: deve essere ancora così triste la scienza economica? Punto.
Tre osservazioni a margine.
- La “sinistra”, non solo quella italiana ma quella mondiale, non appare in grado di opporre un’altra posizione, non ne ha né il coraggio politico né la competenza. Non la sinistra riformista e, meno ancora, quella radicale cui riconosco il solo merito (non mi riferisco solo a quella italiana) di denunciare, più e meglio di quanto abbia fatto il magistero cattolico, la conseguenza dell’assunzione del primato del problema economico.
- Per non ridurmi alla semplice denuncia la dichiaro la mia “posizione” brutalmente, senza evitare i rischi dell’approssimazione: per una diversa collocazione del problema economico nella storia e nella vita dell’uomo non vedo attualmente all’orizzonte altra possibilità che l’avvento di una “nuova cristianità [8]”. Una cristianità è venuta a mancare da secoli ma oggi se ne avverte l’assenza, per quanto non confessata ai livelli alti, poiché è venuta a mancare ogni altra proposta di un “umanesimo” nella intera cultura occidentale (e non), se a livello retorico. Non voglio escludere che il pensiero laico abbia prodotto un’antropologia ma comunque non appare un deciso e sufficientemente condiviso riferimento ad una tale antropologia nel mondo laico, ad un’antropologia che sia abbastanza compiuta, “con tanto di nomi e cognomi”. Il generico riferimento alla libertà dell’uomo ed alla “dichiarazione universale dei diritti”, non appaiono sufficienti a ricostituire un posto per l’umano nella storia. Sebbene non sia chiaramente affermato oggi appare chiaro che al vangelo consegue immediatamente la chiesa[9] e non una cristianità. Meno chiaro è se questo comporti immediatamente il rinchiudere la questione una (“nuova”) cristianità nello stretto recinto in cui si pensa siano rinchiusi i cristiani.
- Il problema economico non sarà per sempre il primo problema dell’uomo. Forse non è già arrivato quel tempo ma non vedo nei discorsi degli economisti e dei politici, che ormai vi dipendono quasi completamente, un serio richiamo alla trasformazione radicale che il problema economico ha subito a causa del progresso scientifico e tecnologico, con una accelerazione esponenziale in questi ultimi 10-15 anni, tale da far pensare che la distanza presa dalla nostra generazione nei confronti di tale problema potesse essere non solo una illusione.
Il professor Mario Monti alcuni giorni fa ha dato voce al profondo desiderio che anima la sua opera di Presidente del Consiglio dei Ministridi: “riformare la mente” degli italiani, dei giovani soprattutto. Cioè, se ho ben capito, riguadagnare gli italiani al primato del problema economico. Nel breve termine considererei tale opera meritoria oltre che necessaria; non solo a causa della situazione economica italiana ma soprattutto perché è impossibile riconsiderare tale primato per primi e da soli. Ma penso che consolidare tale primato come universale dell’umano non sia fare un regalo all’uomo ma, al contrario, significhi negargli la possibilità di essere felice o almeno di appesantire inutilmente la ricerca della felicità[10]. Il problema economico è ineludibile, serio, nobile ma specifico. Non sarà mai più il re da solo a farsi carico del problema economico ma con il tempo tornerà a farlo “a tempo pieno” soltanto una parte dell’umanità, consapevole di un compito ineludibile, che richiede generosità, e che venga riconosciuto fra le principali istituzioni di ogni nazione, la prima addirittura, ma nel solo ordine della sopravvivenza.
[1] In Cina come in Israele, in Egitto come a Roma – con la parziale eccezione del mondo greco starei a dire – un grande re (o imperatore) significava benessere, un re inetto e incapace portava alla schiavitù e quindi alla fame. I mercanti erano protetti e non solo tollerati dai re, il cui primato nei confronti dei mercanti non era peraltro discutibile nell’antichità.
[2] L’affermazione è sospetta perché la prendo dal Keynes che scrive di economia ai “suoi pronipoti” ma ha precedenti molto più illustri sia nella filosofia, classica e moderna, sia nel vangelo.
[3] Lo prova almeno il fatto che non ve n’è gran traccia nella cultura occidentale. E non solo in quella occidentale a causa delle ricadute che lo sviluppo scientifico, economico e tecnologico ha avuto sulle culture orientali e mediorientali.
[4] Su una tale premessa potremmo trovare d’accordo A. Smith e K. Marx, J. M. Keynes e M. Friedmann, Romano Prodi – che ebbe a ricordare che non si può essere ricchi e stupidi per più di una generazione – e Mario Monti.
[5] Era un po’ l’atteggiamento che A. Smith aveva dichiarato e assunto come necessario. Atteggiamento che peraltro non ha mai trovato una pratica opposizione, malgrado teorie e religioni lo abbiano contestato. Su come regolare i conti fra Cesare e Dio o, per altro verso, fra Dio e Mammona, la cristianità non è sempre stata risolutiva, è stata spesso al traino e, soprattutto, non riesce ad essere adeguatamente propositiva al momento attuale segnato, come stiamo dicendo, dalla radicalizzazione del primato del problema economico.
[6] “I poveri li avrete sempre con voi” ebbe a dire un cattolico di destra italiano aggrappandosi maldestramente al vangelo per legittimare la imprescindibilità di una tale assunzione per la storia umana.
[7] “Nel lungo termine saremo tutti morti” diceva, se non erro, Keynes. Nei paesi al di fuori dello sviluppo la morte non appartiene al futuro!
[8] Questo l’auspicio, il desiderio, la speranza e anche il contributo sapienziale di Jacques Maritain, già dagli anni venti. Tutto da riprendere in mano, almeno per il mondo cristiano, a valle dell’oblio che ha ormai ricoperto il Concilio Ecumenico Vaticano II.
[9] L’imprescindibilità di una cristianità per l’annuncio del vangelo è oggetto di discussione all’interno del mondo cristiano e della stessa teologia ma riguarda ma anche la filosofia e in generale la cultura e la politica, almeno per giungere alla chiarificazione, mai sufficiente, del rapporto fra religione (vangelo in occidente), politica e cultura.
[10] Non sorridiamo immediatamente di fronte alla parola felicità, quasi fosse un ninnolo a fronte dei problemi veri, quelli affidati agli uomini responsabili e laboriosi. Mi piace chiudere, rischiosamente trattandosi di un argomento di economia, con una frase tratta da “La montagna delle sette balze”, di Thomas Merton:
“Da mio padre ho ereditato il modo di vedere le cose, e parte della sua rettitudine, e da mia madre un po’ del suo scontento per il disordine che esiste nel mondo, e un po’ della sua versatilità. Da entrambi mi vennero buone doti per lavorare, sognare, godere ed esprimermi, doti che avrebbero dovuto fare di me una specie di re, se i valori riconosciuti nel mondo fossero quelli veri. Non che si possedesse mai molto denaro, ma lo sanno anche gli sciocchi che per godere la vita il denaro non è necessario. Se fosse realmente vero ciò che quasi di tutti ammettono per ipotesi, se quel che occorre per essere felici consistesse nell’impadronirsi di ogni cosa e nel vedere tutto, nello studiare ogni esperienza per poi parlarne, sarei stato sin dalla culla, e sarei tuttora, un essere felicissimo, un milionario dello spirito. Se la felicità fosse soltanto una questione di doti naturali, giunta all’età virile non sarei entrato in un monastero di Trappisti.”
°°°
Treviso 4/3/2012
Postilla quasi teologica.
Il termine economia è stato importato in teologia ove ha assunto una comprensione maggiore, come avviene di norma quando si riferiscono al cielo parole nate per dar voce alla terra. Così si parla di “economia della salvezza” e persino di “Trinità economica”. Senza scomodare troppo la teologia si può comunque rilevare la prospettiva economica un po’ ovunque nel cosmo, nella natura e persino nell’esistenza umana. E’ economico ogni procedere consapevolmente organizzato in modo ottimo o, almeno, ottimale, verso un definito fine.
Se poi ci riferiamo all’impegno personale e responsabile e, soprattutto, alla disponibilità ad accettare il rischio, quanto è più grande può essere l’impresa di un esploratore, di un missionario, di un prete, di un artista, di un concertista, di un filosofo, di un emigrante, di un genitore, di un uomo e una donna che decidono di amarsi per tutta la vita? E non è forse economico il procedere di tali persone, cioè tale che non solo impegneranno tutta la propria vita per un dato fine ma anche faranno in modo che ogni fatica abbia la massima resa? L’economia domestica o quella aziendale non possono vantare alcun vantaggio rispetto all’economia esistenziale!
Cosa concludo? Solo che sollevare l’uomo dalla schiavitù della sopravvivenza e dello sviluppo economico non equivale a spalancare le porte al mero godimento, al disimpegno, all’irresponsabilità umana ma, al contrario, permettere che se ne possa avere a livello più specificamente umano. “Sopravvivere è meglio che vivere” concludeva un filmetto visto anni fa. Ovviamente non è vero. Il tentativo di fuggire dalla libertà è sempre in agguato. “Sono più quelli che scelgono la schiavitù di quelli che la subiscono” diceva Pericle. E vale per tutti.
dicembre 30th, 2011 / Author: nino.dechirico
Venerdì 23 Dicembre 2011
Natale è roba per adulti, non soltanto per bambini o per un’umanità ancora bambina.
Lettera del tempo di Natale.
A Natale l’eterno irrompe nel tempo. Mi è più facile capire che a Natale comincia il tempo eterno.
Tutti sappiamo il tempo, infatti tutti lo nominiamo, ma quando vogliamo parlarne ci accorgiamo, con Agostino, di non conoscerlo. Sapere e conoscere, ancora una volta, non sono la stessa cosa.
Tutti misuriamo il tempo. Anche misurare il tempo, qualsiasi orologio adoperiamo, non fa conoscere il tempo. La misura però addomestica il tempo fino a convincerci di essere essa stessa il tempo.
Molti orologi misurano il tempo: gli astri e la meccanica intima della materia, la vita vegetale e quella animale. Da ultimo l’umano. Già gli antichi hanno adoperato l’umano, ciò che più è profondamente umano, ciò che più è esclusivamente umano per misurare il tempo; lo hanno fatto con la serie convinzione di chi non ha ancora esplorato la sapienza della realtà che ha fra le mani, con rigore e in profondo. I moderni hanno in parte recuperato l’antico progetto e, sebbene siano molto più guardinghi verso l’umano, lo hanno riproposto di recente come misura del tempo, con gran fatica. Approcciare il tempo per mezzo del tempo dell’uomo è un buon modo per iniziare la liberazione dalla misura, ma può anche divenire una nuova prigione, la più inflessibile delle misure.
“… il tempo si rivela come il mezzo per la rivelazione dell’eternità”
Questo dice il teologo[1].
Se vogliamo segnare una data nel tempo misurato dalla storia dell’uomo possiamo dire che a Natale “nasce” il tempo, il tempo di Dio. Se il tempo è fatto per rivelare l’eterno, per rivelare Dio alla sua creatura, allora il tempo inizia veramente quando inizia il compimento della rivelazione, cioè a Natale, con la nascita del bambino di nome Gesù, a Betlemme, in una grotta, da una giovinetta, vergine, di nome Maria, unica grazia piena nel creato.
Ma che storia è questa? Ma chi è tanto ingenuo anzi, diciamo la verità, stupido da poter credere a simili cose? Ma ci hanno creduto tutti o quasi fino a circa mezzo secolo fa? Non vuol dire nulla! La faccenda è incredibile! Come pensare che il tempo abbia il suo vero inizio, la sua vera “misura” nel più insignificante[2] dei pianetini di una galassia fra le tante, dopo 13 miliardi di “anni” dal cosiddetto (peraltro niente più che cosiddetto) big-bang? Nulla appare più incredibile del Natale, non solo per i non credenti e per i benpensanti, ma per gli stessi credenti, ormai, prigionieri di un tempo identificato per mezzo di una sua misura.
Ormai non è possibile rinviare il compito di liberare il tempo dalla misura o, più precisamente, di liberare noi stessi dalla misura del tempo, misura che, per mezzo del tempo, ci misura. Siamo noi, più che il tempo, che veniamo ormai identificati dalla misura del tempo.
La liturgia, che dovrebbe convocare alla celebrazione del mistero, appare spesso la prima vittima della misura che l’umano subisce ad opera della misura del tempo; liberarci da questa misura appare quindi un compito necessario e non rinviabile per riprendere seriamente il “racconto” di Natale; la teologia è tutt’altro che opzionale a questo punto poiché è chiamata a servire, allo scopo di liberare l’umano da questa angusta visione del reale.
Il tempo non riceve sufficiente giustizia dalla meccanica o dalla biologia e nemmeno dalla fatica che l’uomo compie per dare senso a se stesso e alla storia umana. Maggiore giustizia promette un Dio che ha creato tutto per rivelare Se stesso alla creatura che ha voluto a Sua immagine. Il tempo diviene allora il luogo dell’incontro concreto con Dio, il tempo che inizia concretamente tutto l’uomo e tutto il creato. Tempo del compimento della rivelazione, che inizia con la nascita di Gesù. Fuori da questa visione, che ci viene dal Vangelo, dalla rivelazione quindi, ogni cosa è solo una favola irricevibile[3].
Detto in altri termini, con semplicità e senza sconti, la nascita di Gesù ci autorizza e persino ci chiede di relativizzare il tempo del cosmo, quello della natura e lo stesso incedere delle nostre facoltà spirituali nello scorrere delle stagioni che ci portano dall’infanzia alla giovinezza, dalla maturità e alla vecchiaia: uno solo è il tempo, quello scandito concretamente da Dio, che è diventato[4] uomo. Tutto il resto che possiamo conoscere del tempo, a confronto del tempo di Dio, son solo chiacchiere.
Fin qui la teologia. Siamo quindi prima dell’inizio. Ci hanno raccontato quasi tutto su come si sia arrivati da Gesù alla redazione dei vangeli. Sappiamo anche che non è la stessa cosa andare dai vangeli a Gesù: i vangeli da soli non possono restituire Gesù, comunque si adoperi la teologia e la pastorale.
Qui mi devo fermare, perché sono già oltre la mia precaria intuizione. Ma almeno qui ci siamo arrivati, spero.
Anche il discorso evangelico sul tempo peraltro, è solo all’inizio.
Mi avvio a concludere, come posso.
Visto dalla parte dell’uomo ogni Dio è incredibile[5], anche e forse soprattutto il Dio di Gesù, il Dio-uomo che nasce a Betlemme, in una grotta, da una vergine giovinetta che ha creduto a tutto quello che le era stato detto da Dio.
Nella rivelazione[6], tutto di Dio e, poi dell’uomo, diviene immediatamente normale, domestico, familiare.
Il tempo misurato dall’orologio non cessa di battere le ore, ma non ci impedisce di conservare la fede. Dio non è più l’orologiaio, che predispone tutto e poi basta. Dio fa il tempo con l’uomo, insieme e per mezzo dell’uomo, e l’uomo con il tempo, insieme e per mezzo del tempo[7].
“… il tempo si rivela come il mezzo per la rivelazione dell’eternità”
[1] Von Balthasar nel suo libro sulla teologia di Karl Barth.
[2] Il professor Enrico Medi, che ormai nessuno conosce, quello che commentava le imprese spaziali ai tempi della conquista della Luna, disse a Bari, durante una conferenza al “Piccinni”: “se un angelo rintraccia la terra all’interno della nostra galassia si guadagna il premio Nobel”.
[3] E non ci preoccupi immediatamente lo scandalo di una rivelazione che presenti se stessa come suo primo e unico testimone: il vangelo non lo nasconde affatto, anzi lo pretende, con chiarezza: solo Dio può parlare di Dio.
[4] Concreto, concretamente, un Dio che diviene, un Dio che si determina, addirittura in favore dell’uomo, della creatura nella quale si immagina come l’uomo si immagina alla donna…. Non sono parole che si possono gettare sul tavolo nella confusione, sperando che passino inosservate ma, alla fine prive del chiarimento che si cerca. Qui siamo alla radice del discorso teologico, alla radice della differenza della teologia dalla filosofia, qui occorre che il concreto trovi vera accoglienza nell’umano. Ma certo non è questo il foglietto in cui questo discorso può trovare più di questo cenno.
[5] Per altro da nessuna parte nella bibbia si mostra un Dio che chieda o pretenda di essere credibile: si vede solo Dio che chiede all’uomo di credere in Lui; il Vangelo mostra ripetutamente un Gesù che espressamente chiede all’uomo di credere in Lui, se e quando Lui lo chiede.
[6] Rivelazione ebraico-cristiana! Lo dobbiamo dire con chiarezza, senza temere lo scandalo della ragione e le ferite dell’orgoglio di tutte le sapienze, compresa la nostra. Non siamo noi ma Dio, Dio di tutto e tutti che, al contrario di ogni cosa che si possa pensare, ha deciso. E, e mi fermo, è proprio in questo modo, nascendo da Maria, che Dio ha “fatto” quella rivelazione, per la quale ha tutto creato, fino all’uomo. Noi non possiamo che servire umilmente, senza pretesa alcuna, questo scandalo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (2 Tim 4,7). Punto.
[7] Indico due delle pagine del vangelo che mostrano quasi direttamente cosa sia il tempo: Mt 20, 1-16 e Lc 15, 11-32. Non si tratta della semplice signoria di Dio sul tempo né della sola detronizzazione del tempo e della detronizzazione di ogni misura, di ogni giudizio, di ogni conclusione, operata dall’uomo in virtù di se stesso soltanto, ma della finalizzazione stessa del tempo – e quindi della sua spiegazione causale fondata sul Vangelo. Il tempo non è soltanto il “luogo” dell’incontro di Dio con la sua creatura immagine ma è “prodotto” dall’incontro, “prodotto” dell’incontro. O l’incontro avviene oppure il tempo non è nulla, sebbene scorrano comunque le ore.
maggio 18th, 2011 / Author: nino.dechirico
Non essere troppo pronto…
di Thomas Merton
Non essere troppo pronto a credere che il tuo nemico è un selvaggio proprio perché è tuo nemico. Forse egli è il tuo nemico perché crede che tu sia un selvaggio. O forse ha paura di te perché sente che tu hai paura di lui. E forse, se sapesse che tu sei in grado di amarlo, non sarebbe più tuo nemico.
Non essere pronto a credere che il tuo nemico è un nemico di Dio appunto perché è tuo nemico. Forse egli è tuo nemico proprio perché non può trovare in te nulla che dia gloria a Dio. Forse egli ha paura di te perché non può trovare in te nulla dell’amore di Dio e della tenerezza di Dio e della pazienza e misericordia e comprensione di Dio per la debolezza umana.
Non essere troppo pronto a condannare l’uomo che non crede più in Dio, perché forse sono stati la tua freddezza, la tua avarizia, la tua mediocrità, il tuo materialismo, la tua sensualità, il tuo egoismo a uccidere la sua fede. [Tratto da Semi di contemplazione di Thomas Merton]
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La faziosità è predisposizione dello spirito a cercarsi in ogni modo un “nemico”: essa non cerca la verità, appunto, ma la vittoria.
Pierangelo Sequeri (teologo)
maggio 18th, 2011 / Author: nino.dechirico
Il fuoco, l’acqua e l’onore
di Gaspare Gozzi
Il fuoco, l’acqua e l’onore fecero un tempo comunella insieme. Il fuoco non può mai stare in un luogo, l’acqua anche sempre si muove: onde tratti dalla loro inclinazione, indussero l’onore a far viaggio in compagnia.
Prima adunque di partirsi tutti e tre dissero che bisognava darsi fra loro un segno da potersi ritrovare, se mai si fossero scostati e smarriti l’uno dall’altro. Disse il fuoco: S’è’ mi avvenisse mai questo caso, che io mi segregassi da voi, ponete ben mente colà dove voi vedete fumo; questo è il mio segnale e mi troverete certamente.
E me, disse l’acqua, se voi non mi vedrete più, non mi cercate colà dove vedrete seccura o spazzature di terra, ma dove vedrete salci, alni, cannucce, o erba molto alta e verde, andate costà in traccia di me, e quivi sarò io.
Quanto a me, disse l’onore, spalancate bene gli occhi, e ficcatemegli bene addosso, e tenetemi saldo, perché se la mala ventura mi guida fuori di cammino, si ch’io mi perda una volta, non mi trovereste più mai. [Tratto da novelle di Gaspare Gozzi]
maggio 12th, 2011 / Author: nino.dechirico
Testamento spirituale.
Ai parrocchiani ed a quanti ho potuto incontrare
In questi anni di vita sacerdotale
lascio un grazie sentito per la gioia che
mi hanno dato nel poterli in qualche modo
aiutare.
Proprio per merito loro spero che, nonostante
le mie innumerevoli colpe, Dio mi accolga
con le parola che rappresentano la speranza
di ogni peccatore: “Avevo fame
Avevo sete
Ero in carcere
Ero senza vestiti e tu ….”
Grazie a tutti! E se la voce di una persona
Che ha finito di vivere su questa terra può
ritenersi credibile, perché frutto di lunga
esperienza, vorrei far giungere a tutti questo
mio convincimento: “fin tanto che uno
non ha gustato la gioia di diventare la
gioia per gli altri non sa proprio cosa sia
la gioia!”. Ringrazio Cristo che mi ha
fatto capire questa cosa e che mi ha concesso
di poterla sperimentare ogni giorno.
E’ bello vivere così e trovo bello anche
morire con questa gioia nel cuore.
Ci rivedremo!
Ciao a tutti!
Don Lino Pellizzari
Treviso 12 Aprile 1991
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Il foglietto manoscritto trovato al mattino, sul comodino don Lino
che dormiva, per sempre, sul suo letto.
aprile 26th, 2011 / Author: nino.dechirico
Propongo tre articoli che mi appaiono pasquali, non solo perché scritti in occasione della Pasqua. Uno solo è di un teologo. Tutti mi appaiono una sincera confessione personale e, considerato il mestiere degli autori, un documento di diffuse visioni della realtà e quindi importanti anche se non sempre riconosciuti mattoni della nostra cultura.
Confessioni sincere, almeno. Poi possiamo scavare dietro le parole e trovarvi secoli di teologia e filosofia, ma intanto prendiamo, consideriamo, le semplici confessioni, questi “credo” quasi sfuggiti di penna, che raccontano di noi.
La leale dichiarazione che non nasconde le differenze e nemmeno tenta di colmarle alla svelta, sia pure a fin di bene, è la base del rispetto effettivo, non retorico o di convenienza, rispetto per le persone e per il loro racconto.
L’ultimo articolo appare un complemento fatto di allusioni esplicite agli abissi teologici e filosofici nascosti nei primi articoli.
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Stampa 23/4/2011
Senza copione
Massimo Gramellini
Chiunque preferisca gli umili agli infallibili sarà rimasto colpito dal dialogo televisivo fra il Papa e la bimba giapponese che gli chiedeva conto del terremoto. «Perché i bambini devono avere tanta tristezza?», domandava la piccola, dando fiato a un tarlo che non trova risposte nella ragione, ma solo in quella che le Chiese chiamano fede e gli psicanalisti junghiani intuizione. Il Papa avrebbe potuto rispondere come quel cattolico saputello e fanatico del Cnr, che a proposito dello tsunami aveva tirato in ballo il castigo di Dio. Invece se n’è uscito con un’ammissione di impotenza dotata di straordinaria potenza: «Non abbiamo le risposte. Però un giorno potremo capire tutto».
Per il niente che vale, la penso (anzi, la sento) come lui. Mi sono sempre immaginato la vita come un film di Woody Allen, dove gli attori recitano le scene senza che il regista mostri loro l’intero copione. Solo al termine delle riprese vengono ammessi in sala montaggio e finalmente comprendono il motivo per cui si erano baciati o presi a schiaffi.
Per tutta la vita ci sentiamo sballottare da eventi che non afferriamo e siamo pervasi da un senso di inadeguatezza, come se ogni cosa sfuggisse al nostro controllo e il cinismo rappresentasse l’unico antidoto allo smarrimento. Ma appena diamo tregua al cervello e inneschiamo il cuore, sentiamo che tutto ciò che d’incomprensibile ci succede contiene un significato. E il fatto di trovarci al buio non significa che la stanza sia vuota, ma solo che bisogna aspettare che si accenda la luce.
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Repubblica 24/4/2011
Pasqua, lo spirito risorge per tutti
di EUGENIO SCALFARI
IL MALE non esiste. Dio decise di incarnarsi, di assumere natura umana e assumere su di sé tutti i peccati del mondo. Ripristinò l’alleanza tra l’umanità e il suo creatore e indicò la via della salvezza lasciando agli uomini la libertà e la responsabilità di scegliere.
Nel giorno del giovedì cenò con i suoi apostoli. La sera si ritirò con loro nell’orto del Getsemani. Nella notte fu arrestato. Il venerdì fu processato, torturato e crocifisso. Sepolto. Dopo tre giorni (ma il sabato secondo la liturgia) resuscitò da morte, apparve alle donne e poi agli apostoli. Così raccontano i Vangeli.
Un altro racconto, pur sempre condotto sui testi della Scrittura ma diversamente interpretati, narra la storia di un uomo, figlio di Giuseppe e della giovane Maria, nato a Betlemme nei giorni del censimento, ma residente a Nazaret. Di lui, dopo la nascita ed una fuggitiva presenza al Tempio, i Vangeli non dicono più nulla, non esiste alcun racconto della sua infanzia e della sua adolescenza. Non sappiamo nulla del suo lavoro, dei suoi studi, della sua famiglia, della sua vita.
Lo ritroviamo a trent’anni, quando inizia la sua predicazione in Galilea e in Tiberiade. Va al Giordano a farsi battezzare dal Battista, raduna un gruppo di discepoli, pescatori, artigiani, mendicanti. La sua predicazione ha all’inizio contenuti soprattutto sociali; sostiene che nel regno di Dio gli ultimi saranno i primi, i deboli, i poveri, gli ammalati, saranno confortati, i giusti avranno giustizia, gli ingiusti saranno castigati.
Ma intanto quell’uomo sente crescere dentro di sé una potenza misteriosa, connessa a capacità medianiche e taumaturgiche. Ed è allora che domanda: “Voi chi credete che io sia?”. Alcuni dei discepoli rispondono: “Tu sei il “rabbi”, il Maestro”. Altri: “Tu porti in te lo spirito di Mosè”. Ed altri: “Un grande profeta, più grande di Ezechiele e di Geremia”. Altri ancora: “Tu sei il Messia, discendente dalla stirpe di David e sei venuto ad annunciare la fine dei tempi”.
Gesù ascolta, si chiude in sé. Si ritira nel deserto passando dalle terre dove vive la comunità degli Esseni, rimane quaranta giorni solo con le sue tentazioni, ode la voce del Tentatore e ne respinge le impure proposte. Torna tra i suoi. Ora è convinto di essere il Figlio di Dio, il solo tramite attraverso il quale l’unico Dio manifesta il suo amore per gli uomini e la sua sconfinata misericordia.
Questi due racconti, pur svolgendosi nello stesso modo e configurando lo stesso percorso, sono però profondamente diversi, ma convergono nella stessa conclusione: quell’uomo dà inizio ad un’epoca che si ispira al principio dell’amore e della carità, del perdono e della misericordia. Il peccato è una caduta dalla quale ci si può rialzare. Il male è soltanto l’eccezionale assenza del bene. Il bene è il regno dei giusti che godono la beatitudine di poter contemplare Dio nelle sue tre consustanziali epifanie di Padre, di Figlio e di Spirito Santo.
In questa fine del viaggio e della storia il male avrà cessato di esistere, non ci sono né purgatorio né inferno, ma soltanto paradiso, senza tempo e senza luogo.
* * *
Ma c’è un terzo racconto, quello che caratterizza l’epoca della modernità. In esso non esistono né il male né il bene, non esiste il peccato. Ogni essere vivente è dominato dalla natura dei suoi istinti e vive in perfetta innocenza. Ma noi, unica specie dotata di mente riflessiva e capace di pensiero, noi ci vediamo vivere, invecchiare e morire; noi siamo animati da due forme di amore: quello verso se stessi e quello verso gli altri. Nessuno di questi due amori riesce a cancellare l’altro e la nostra vita non è che la dialettica convivenza di essi che si confrontano nella caverna dove abitano i nostri istinti, le nostre più segrete pulsioni e la nostra energia vitale.
In questo terzo racconto non esiste metafisica, nulla è divino oppure tutto è divino, due modi per significare la stessa cosa: “Deus sive natura“.
Il terzo amore che tutto sovrasta è quello verso la vita e il solo peccato pensabile è quello contro la vita, la sua dignità, la sua libertà. Non una vita idealizzata, ma una vita storicamente determinata dagli istinti che si misurano, si combattono, si trascendono, si trasfigurano, diventando passioni e sentimenti analizzati dalla lente della ragione, cioè del pensiero che pensa se stesso e che si vede vivere.
Questo pensiero è capace di inventarsi e di raccontarsi molti mondi, è una fabbrica di illusioni che ci aiutano durante il viaggio, di speranze che alimentano la nostra energia vitale, di architetture morali indispensabili a tutelare la nostra socievolezza.
Noi siamo una specie pensante e socievole, perciò costruiamo regole morali che consentono la convivenza in quel dato contesto storico. Ecco perché non esistono peccati ma esistono reati.
Quando finisce un’epoca, finisce anche una morale, si verifica una rivoluzione che smantella la vecchia architettura per costruirne un’altra affinché la vita possa proseguire alimentata e incanalata da nuovi limiti, da nuove correnti, da nuove sorgenti.
* * *
Ognuno di questi racconti ha una sua Pasqua, ognuno raffigura un’epifania, una morte apparente e una resurrezione. Non c’è fine perché non c’è principio. Non c’è altro senso fuorché la vita che la nostra specie è in grado di raccontare, interpretare, trasfigurare, inventare. Abbiamo perfino inventato il tempo.
Il tempo morirà con noi. La morale morirà con noi. Purtroppo stanno già morendo e questo non è buon segno.
Quando si rifiuta di ricordare il passato non si può costruire il futuro, si vive schiacciati da un eterno presente come gli animali che vivono infatti fuori del tempo.
Quando si smonta un’architettura morale senza costruirne un’altra il fiume della vita cessa di scorrere diventando imputridita palude. A questa sorte dobbiamo ribellarci, questo pericolo dobbiamo scongiurare.
“Resurrexit” suoneranno oggi le campane. La Pasqua è di tutti ed è lo spirito di tutti che deve risorgere.
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Avvenire 24/4/2011
Le certezze scritte nel cielo della Risurrezione
Niente finisce in niente
Pierangelo Sequeri
Dovete volerci bene anche soltanto perché da qui, nonostante tutto, noi non arretriamo.
Con tutto quello che succede ogni anno. Con tutte le piaghe dalle quali, anche noi, siamo coperti. Con tutta la rassegnazione che ci ammala invisibilmente, come la radioattività nell’aria. Con tutta la rabbia per le implacabili mortificazioni della vita, per le ottuse indifferenze della morte, che ci farebbe mandare tutto all’aria: ciascuno per sé, e per l’amor di Dio, più nessuno per tutti, che ne abbiamo avuto abbastanza. Con tutto che siamo più pochi, e nemmeno tutti i migliori. Con il fatto che non sappiamo neppure bene che cosa inventarci, per farvi volare alto: almeno voi, perché noi ci siamo impegnati anche per i pulcini con le ali spezzate. Con la sensazione di spenderci all’osso per l’essenziale e di essere poi comprati per le cose di complemento: come per un atto di beneficenza – almeno una volta all’anno. Con le lacrime agli occhi per tutti i figli che chiedono pane e ricevono rospi, sognano aria pulita e devono scegliere fra gli abiti dismessi. Con il groppo della nostalgia per le avventure dell’anima che scoprono mondi e creano bellezza, quotidianamente sbeffeggiate dai volenterosi carnefici del rendimento.
Con tutto questo, e col fatto che non siamo, noi per primi, all’altezza dell’inaudito, noi sciogliamo le campane e ripetiamo “Gesù Cristo è risorto”. E che non c’è niente che finisca in niente. Dio ha bruciato le sue navi e non vuole ritornare da solo oltre la barriera. E noi siamo la compagnia destinata. Noi. Noi umani, che a dispetto di tutto, siamo anche capaci di svenarci per un figlio, e di commuoverci per la pura essenza della fede che ci viene incontro con lo sguardo di qualcuno che ci pensa capaci di voler bene. Ebbene, noi siamo stati elegantemente anticipati da Dio. Imperterrito, ha abitato le nostre frivolezze indecenti e le nostre odiosità insopportabili, e ne ha fatto fascine. Ha stretto un legame irrevocabile anche per un bicchier d’acqua. Non si è perso nessuno dei nostri inferni, per strapparci dalle grinfie quelli che ci avevamo chiuso dentro: perché non erano dei nostri, perché non c’erano risorse, perché la civiltà dell’uomo emancipato aumenta i diritti, estingue i doveri, impone a tutti di pensare alla salute.
”Gesù Cristo è risorto”. Il cielo è abitato da uomini, donne, bambini. Non solo angeli. L’intimità di Dio è un uomo come noi. Milioni hanno già trovato. Miliardi, troveranno. E saremo riconosciuti se ci riconosceranno. E saremo protetti, se abbiamo protetto. Il pensiero dell’uomo occidentale si è fatto fine. L’annuncio è in circolazione da un bel po’. Bisognerebbe aggiornarsi. Il racconto è commovente, ma l’epilogo fuori portata. Gli atomi non vanno contraddetti – se non lo sappiamo noi! Li abbiamo interrogati: non ne sanno niente. D’accordo, ognuno ha gli oracoli che si merita. Noi comunque non ci aggiorniamo. Non cambiamo. Ci commuoviamo come il primo giorno. Le donne hanno più fiuto di noi. I discepoli l’hanno visto, e non l’hanno più abbandonato. È in quel momento che, a noi uomini, ci è cambiato Dio. Non era più il faraone celeste, l’imperatore supremo, il divino motore. E voleva noi. Ha imparato la nostra lingua, ha patito i nostri affetti, ha sostenuto il nostro odio. Ha voluto noi e niente ha potuto fermarlo.
”Gesù Cristo è risorto”. A pensarci, grazie alla cocciuta fedeltà di questa testimonianza, oggi anche noi ci sentiamo migliori. E anche voi, vi vediamo meglio. Con tutto che siamo così imperfetti (e così terribili, persino), grazie all’indomita ostinazione di quell’annuncio, incominciamo a vederne così tanti di esseri umani che tengono in vita il mondo, che certo non lo meriterebbe, da commuoverci di quanti sono. Questo popolo delle beatitudini, dico, ostinato come Dio, che ci tiene in vita, anche quando non lo meritiamo. Vedo che molti sono dei nostri, li riconosco. Ma la stragrande maggioranza vengono da tutte le parti, e Gli vanno incontro. Ve lo dicevo che con la risurrezione di Gesù Cristo ci è cambiato Dio, a noi uomini. E anche noi ci troveremo cambiati, prima o poi. Noi non smettiamo, finché ce ne sono, di uomini. “Gesù Cristo è Risorto”.
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Avvenire 26/4/2011
Il mattutino – a cura di Gianfranco Ravasi
A FORMA DI CUORE
C’è un vuoto a forma di Dio nel cuore di ogni persona e non può mai essere riempito da nessuna cosa. Tempo fa ho letto con gusto un libro raffinato e molto “mirato”, la Breve storia del verbo essere di Andrea Moro, pubblicato da Adelphi. Si tratta, infatti, del termine che intreccia nel suo coniugarsi all’interno del linguaggio umano non solo la lingua e la logica, ma anche la filosofia, la matematica e persino la teologia, dato che Dio stesso si rivela a Mosè così: «Io sono colui che sono» (Esodo 3,14). Ebbene, in apertura a quel volume l’autore poneva la frase affascinante che sopra ho trascritto, aggiungendo questa precisazione: «citazione apocrifa di Pascal». Certo, come accadde a sant’Agostino, un pensatore folgorante, così anche il celebre filosofo e scienziato francese non poteva non generare un flusso di imitatori che gli assegnavano aforismi o riflessioni inventate. È vero, tuttavia, che è propria di Pascal l’esaltazione delle «ragioni del cuore che la ragione non conosce» (Pensieri n. 477 ed. Chevalier). Qui, però, si introduce un’ulteriore tappa: il cuore umano ha un tale abisso di profondità da poter essere colmato solo da Dio, cioè dall’Infinito e dall’Eterno. Vanamente la persona cerca di riempire questa sorta di buco dell’anima con le cose, coi piaceri, con le distrazioni. Ma queste realtà al massimo possono placare lo stomaco e i sensi; mai riescono anche solo a sopire l’attrazione che quell’assenza esercita, rendendoci sempre in tensione e insoddisfatti. Lo stesso desiderio umano, che è insaziabile, è la testimonianza di questo vuoto che anela e che nulla, tranne Dio, riesce a saturare.
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